E’ in corso da tempo una sacrosanta campagna per il riconoscimento del “giusto compenso” del lavoro giornalistico. A condizione però, aggiungo io, che a essere tutelato sia il lavoro vero e non il passatempo che in tanti, più o meno consapevolmente, coltivano. Sennò la questione si fa stucchevole. E soprattutto inutile.

Cominciamo a sfondare le porte aperte, sulle quali mi sono qui talmente e a lungo diffuso da non richiedere ulteriori approfondimenti o spiegazioni: una regolamentazione del lavoro giornalistico autonomo e, in quest’ambito, di una inderogabile riparametrazione anche quantitativa dei compensi ad essa legati sono passi divenuti improcrastinabili (ammesso che non sia, come temo, già tardi). Sono in gioco la credibilità dell’informazione e il futuro professionale di decine di migliaia di giornalisti.
Insomma si sa da che parte sto, essendomi sulla questione plurimamente e anche di recente esposto (Carta di Firenze, Festival di Perugia e questo stesso blog, etc.).
Bene.
Da alcuni giorni sul web è stata lanciata una campagna dal contenuto del tutto condivisibile: “L’informazione non è un hobby“. Come dire: “io non informo per passare il tempo, ma per lavoro, e il lavoro si paga”.
Ineccepibile. In teoria.
Molto meno lo è però in pratica, se quel lavoro di cui si pretende l'”equo compenso” (dal nome del disegno di legge semiaffogato da mesi nelle paludi parlamentari) è svolto in forma e in sostanza hobbystica. L’hobby ha il “diritto” di essere remunerato? Secondo me, no. E’ infatti solo una forma “egoistica” di volontariato: un’attività gratuita pro domo propria anzichè pro domo altrui, in definitiva.
Cosa connota allora la natura hobbystica di un’attività giornalistica (anzi, di qualunque attività)?
Vari elementi.
Innanzitutto il fatto che la medesima, anzichè produrre un reddito e quindi costituire una fonte di reale sostentamento economico per chi la svolge, produce un costo: è tipico degli hobby essere costosi (pago per fare qualcosa, anzichè farmi pagare per farla). Se gli hobby si tramutano in lavoro, come a volte accade, allora sono appunto un lavoro e non più un hobby.
Il secondo elemento è consequenziale al primo: se l’attività che svolgo è un hobby, vuol dire che ne svolgo un’altra per procacciarmi il pane, o che qualcuno mi mantiene. Niente di male, basta dirlo. L’importante è che quest’attività complementare venga congruamente remunerata.
Il terzo è la continuità: per definizione l’attività lavorativa, dovendo produrre in modo ragionevolmente costante un reddito, non può subire lunghe interruzioni. Se le subisce, o le può subire, è un hobby. Può cioè essere avviata e interrotta a piacimento, senza danno economico, in quanto fonte di piacere e di ricreazione, non di guadagno (del quale, per le ovvie ragioni dette sopra, non si può invece fare a meno).
Il quarto è la somma degli altri tre e si sintetizza in una parola: professionalità, cioè l’insieme di nozioni, esperienza, consapevolezza di sè e del proprio ruolo, conoscenza delle regole e redditività che connotano chi fa qualcosa per lavoro, assumendosene le relative responsabilità.
Il quinto è che i compensi simbolici, intendendo per tali quelli che da soli non bastano a sostenere il professionista oltre la soglia minima di sopravvivenza, sono la foglia di fico per camuffare da lavoro un hobby.
Ecco perchè l’affermazione, pur giusta, che “l’informazione non è un hobby” ha poco senso se non completata con una frase-contrappeso: “l’hobby non è informazione“.
I molti che, un po’ superficialmente, si sciacquano la bocca ignorando questo prinicipio solo in apparenza banale, e invece determinante per dividere il grano dalla lolla, dovrebbero fare più attenzione ai concetti che sviluppano.
Altrimenti la questione rischia di scivolare nella rivendicazione conformisticamente stucchevole e di perdere gran parte della sua forza.
A questo punto ci sarà chi eccepirà che così ragionando si uccide la “passione” e si svilisce il lavoro di chi, con grande dedizione, pur nella vita occupandosi (campando cioè di) altro, mette a disposizione il proprio tempo libero a favore dell’informazione.
Mi si rimprovererà, in altre parole, di pretendere un esercizio in via esclusiva o almeno prevalente dell’attività giornalistica, per definirla “professionale“.
Niente affatto. Professionalità e professione sono due cose diverse.
E’ il modus che fa la differenza: se faccio un altro mestiere e scrivo un articolo all’anno, ma me lo faccio pagare come se di quegli articoli ne vivessi, non potrò definirmi un professionista, ma nessuno potrà mettere in dubbio la mia professionalità. Viceversa, se a cuor leggero (perchè ho il portafogli pieno o la moglie ricca) posso sfornare centinaia di articoli all’anno senza preoccuparmi di farmeli pagare o accettando, non avendo necessità di sopravvivere con quei soldi, compensi irrisori, sarà dura che lo faccia con professionalità.
Perchè, appunto, l’hobby da solo non è informazione. Ci vuole qualcosa di più.