di STEFANO TESI
Chianti Classico Riserva 2006 Tenuta la Novella: un vino-specchio dell’epoca in cui è nato, l’ideale cioè per spiegare a chi non c’era “come eravamo” e, a chi ha ancora in cantina qualche bottiglia, “cosa aspettarsi”.

 

Ci sono vini che sembrano fatti apposta per rammentarti, oggi, quanto le cose, in un arco di tempo relativamente breve, possano cambiare nel profondo. Perché se è vero, come è ovvio, che tutto muta e quindi appare diverso rispetto a prima, a volte il mutamento ha dei simboli, dei benchmark direbbero quelli bravi, qualcosa che lo rappresenta meglio di qualunque altra cosa.

Questo Chianti Classico Riserca 2006 della Tenuta La Novella, a Musignano, presso San Polo, in comune di Greve, assaggiato ora è infatti perfetto alla bisogna.

Di ciò devo ringraziare il giovane enologo Lorenzo Morandi, che da 2015 con Simone Zemella si occupa dello sviluppo dell’azienda e che mi ha portato la bottiglia di cui sto per parlarvi.

La tenuta ha una storia antica e discontinua: già monastero e poi grande fattoria ottocentesca, passò da varie mani prima di arrivare, nel dopoguerra, a un industriale pratese morto nel 1970 senza lasciare eredi. Rimase abbandonata fino al 1996, quando la Società dei Domini, ne divenne proprietaria e iniziò un imponente lavoro di restauro e di recupero durato dieci anni, conclusosi con l’approdo all’agricoltura biologica e alla biodinamica odierne.

Dal punto di vista esteriore, più che dall’etichetta il cambiamento si coglie in retroetichetta: 80% di Sangiovese, 8% di Teroldego, 7% di Merlot e 5% di Cabernet sauvignon.

Il tappo è integro, il colore ancora scuro, pieno, profondo.

Al naso il vino rivela tutta la coerenza alle proprie origini: è ancora vivo sebbene compatto, a tratti pastoso, con residui echi di legno ben percepibili, frutti rossi molto maturi, ciliegia sotto spirito e note terziarie, marcate ma non troppo, di cuoio, funghi e liquirizia. Sentori che si evolvono appena, ma non mutano di sostanza nemmeno lasciando respirare il vino, che alla fine manca un po’ di profondità. Lo stesso accade al palato, con un’entrata potente e una struttura importante che però si fermano presto, senza spiccare il volo né in lunghezza, né in finezza e restano un po’ sospese come, alla fine, il giudizio finale. Il quale, tutto considerato, non è negativo, perché la bottiglia non tradisce affatto le attese. Anzi, le conferma. E mi spinge a dire che l’aggettivo più giusto per descrivere oggi questo vino è “didattico”: l’ideale cioè per spiegare a chi non c’era “come eravamo” e a chi ha ancora in cantina qualche bottiglia, “cosa aspettarsi”.

 

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