colpi d ascia

La vita, la professione e il mondo offrono quotidianamente ottimi motivi per arrabbiarsi. Qui una silloge di commenti sparsi: a base di vetro e sabbia, s’intende

article placeholder

LA PIANIFICAZIONE DELLA DOMENICA

È amaro dover ammettere, e prima ancora dover prendere coscienza, dell’assoluta inutilità del novanta per cento di cio che si fa in una giornata. Una sorta di intrattenimento indiretto che nemmeno sa intrattenere davvero, ma che stanca, genera angosce e costi di ogni tipo.

C’è chi l’ha definito consumismo del tempo, ossia lo spreco di vita generato dal benessere.

Resta da stabilire – fermo restando che nel novanta rientra quello impiegato nel lavoro, lavoro che però serve a generare reddito da spendere in intrattenimento e quindi, in sostanza, anch’esso sprecato – in che consista quel dieci per cento di tempo giornaliero non sprecato.

Temo che la risposta si possa avere solo al momento di tirare le somme. Quando, cioè, lo spreco è già avvenuto ed è perciò irrecuperabile.

Ne consegue che metà del tempo mattutino domenicale possa andare perduto cercando di stabilire quale quota di esso, a fine giornata, risulterà utile.

In sostanza, sarebbe meglio tornare a dormire.

article placeholder

UN NECESSARIO PRO MEMORIA PROFESSIONALE

È importante ricordare a tutti, compreso me stesso, che, prima di ogni altra cosa, un giornalista deve saper fare il giornalista. E che poi, ma solo poi, potrà magari specializzarsi o essere specializzato in questo o in quest’altro settore. Senza saper fare il giornalista – ossia senza avere, oltre al necessario bagaglio professionale, una profonda consapevolezza del proprio complesso ruolo – in un contesto giornalistico anche un superesperto resterà comunque un superesperto fuori posto, destinato a parlare una lingua diversa da quella dell’informazione.

Che i saccenti, gli enciclopedici, i fissati, i monomaniaci e i prezzemolini se ne ricordino sempre prima di pavoneggiarsi in certe situazioni senza capire cosa sta davvero succedendo intorno a loro.

article placeholder

IL CONTRAPPASSO DEL CALOR QUASI BIANCO

Non so se l’ho notato solo io ma, forse perchè in anticipo sui tempi canonici o forse perchè non siamo ancora nella stagione in cui si fa fatica a riempire le pagine dei giornali, in occasione dell’ondata di calore più intensa e duratura della storia recente si sono lette molte meno banalità che in passato sui “consigli” anticaldo.
Ne conseguirebbe che, nonostante i 40°, ai vecchini non è ancora sconsigliato andare a fare la spesa col colbacco, sfidare alla maratona il vicino di casa all’ora di pranzo o scolarsi un fiasco di quello buono per annaffiare la bistecca d’orso bruno servito a cena.
Strano, no?
article placeholder

COME UN FUSCELLO TRAVOLTO DALLA PIENA

Potrei dire che, surfando sul digitale, la pericolosa convergenza tra marketing e informazione ha trovato la sua coincidenza e che, fatalmente, il primo ha inglobato, metabolizzandola, la seconda. Potrei anche aggiungere che di questa fatale deriva i giornalisti sono stati complici più o meno consapevoli.

Ma direi una falsità.

Perché, in realtà, i giornalisti non hanno assecondato nulla, né nulla hanno determinato.

Essi sono stati semplicemente, qual fuscello, travolti come categoria da un fenomeno a cui, stante il loro stato di ormai estrema debolezza, non avrebbero comunque mai potuto né contribuire, né opporsi.

È una delle ormai poche verità che si possono ancora dire prima che la massa dei non giornalisti e il tracimante potere della propaganda ci impediscano pure questo.

Quindi diciamola e amen.

article placeholder

R’N’R CAN NEVER DIE (MA I ROCKER SÌ)

Trovo che poche cose siano più tristi degli spettacoli (sottolineo spettacoli) di rocker ultraottuagenari che, vestiti da rocker (ma sempre ultraottuagenari), dopo gli omaggi del sindaco e del vescovo si esibiscono in festival decrepiti per un pubblico della terza età spesso a sua volta vestito da rocker (ma spesso della terza età), che paga un tributo alla nostalgia della gioventù sotto forma di un biglietto da centinaia di euro. Il cui prezzo, quando loro e i rocker del tempo che fu avevano vent’anni ed era tutta un’altra musica, si sarebbero rifiutati di pagare. Davvero una tristezza infinita. O forse solo il segnale che ogni stagione finisce e che tirarla in lungo è solo l’accanimento terapeutico in oceano di normalizzata normalità.

article placeholder

VIETATO SUONARE IL CITOFONO

Premetto che ho una cassetta delle lettere assai capace con bocca altrettanto capace, in grado di ricevere plichi di 40 cm di larghezza e 8 di altezza.
Detto questo: driiiin! Mi suona il cellulare.
Io: pronto?
Lui: sono il postino (nb, senza nè buongiorno nè altro).
Io: dica.
Lui: ho un pacco per lei.
Io: bene, ma perchè mi chiama?
Lui: mi hanno lasciato il numero.
Io: ma in casa non c’è nessuno?
Lui: boh…
Io: come boh…lo ha suonato il campanello?
Lui: no.
Io: lo suoni, in casa c’è mia moglie.
Lui riattacca senza nè rispondere nè salutare.
Rientro e trovo una busta formato A4 per terra davanti al cancello, proprio sotto la buca delle lettere.
Non ha suonato. Nemmeno ha pensato di mettere il pacco, anzi l’assai più agile busta nella cassetta che aveva davanti al naso.
Però mi ha telefonato…
article placeholder

L’INSURREZIONE DEL TAPPABUCHI

Inutile dirlo: a nessuno piace scoprire di essere considerato un tappabuchi, ossia qualcuno che viene chiamato all’ultimo momento al posto di qualcun altro che dà forfait ed era, con ogni evidenza, considerato un invitato più importante di te. Ciò a prescindere dai pesi specifici di ognuno, si capisce.
Peggio, nella fattispecie, c’è solo quando mancano sia l’onestà intellettuale di dirtelo in faccia, il che mantiene comunque qualcosa di apprezzabile almeno per la dose di coraggio che richiede, sia la sensibilità e l’astuzia per non fartelo capire, o almeno fartelo solo sospettare.
Abbondano invece quelli, e sono tanti, che ipocritamente pensano di usarti come tappabuchi, ma non hanno le palle per confessarlo e neppure l’intelligenza, nè la buona creanza, per non sbattertelo in faccia.
In pratica non capiscono e fanno un danno doppio.
A cui corrisponde un doppio invito ad accomodarsi laddove sanno, come accaduto poco fa ad esempio.
PS: la cosa più divertente – e pietosa al tempo stesso – è che dopo un post come questo ricevi subito alcune excusationes non petitae (e quindi accusationes manifestae) da parte di chi non era chiamato in causa ma evidentemente, avendo la coscienza sporca, si sente tale, mentre i veri obbiettivi dei miei strali continuano a non capire niente e tacciono. Ne vado pazzo!
article placeholder

LA SARTRIANA E ARTIFICIALE NAUSEA

Tra le millanta cose nauseanti in cui capita di imbattersi – stavo per scrivere “sui social” salvo poi trattenermi, avendo realizzato che ormai tutto, anche la carta stampata, è in rete e quindi è più esatto dire “nel digitale” – primeggia la stucchevole omologazione delle immagini create con l’intelligenza artificiale. Strumento comodissimo in mano ai mediocri e capace infatti di appiattire quasi qualsiasi cosa nella condivisa mediocrità.

Il grigiore di quelle figurine, quei paesaggi, quelle composizioni tutte uguali, preferibilmente velate di un onnipresente marroncino escrementizio, fanno davvero vomitare. Ciò da cui tuttavia, lo dice l’evidenza dei risultati, il “committente” non sa sottrarsi e di cui, con ogni probabilità, nemmeno si avvede, essendo il risultato finale perfettamente coerente al conformismo oleografico della sua scarsa immaginazione figurativa.

Il problema maggiore è che questa massa di ovvietà iconografiche risulta poi convincente presso la pari massa che la contempla.

Sì, lo so cosa pensate: stamattina mi sono svegliato male. Ma per forza: la prima cosa che ho visto è stata la caricatura artificialmente creata di un poderino, con un pagliaino, con un cipressino, su un poggettino, in un panoramino, con uno svagato omino col cappellino su una biciclettina. Tutto finto, prevedibile e profondamente irritante.

Viva la verità e abbasso l’illustrazione conformista.

article placeholder

PER I GIORNALISTI UNA DILAZIONE DAVVERO VANTAGGIOSA

Lo hanno già sottolineato in tanti, ma forse fuori dall’ambiente la faccenda non è ancora abbastanza nota nella sua natura profondamente grottesca.
Tanto per capire in che razza di guano sguazzino la categoria giornalistica italiana e le loro istituzioni, si pensi che l’INPGI, l’istituto di previdenza dei giornalisti autonomi (diventato tale dopo che anni fa la cassa dei dipendenti è dovuta passare in fretta e furia sotto l’INPS per evitare il fallimento) ha da poco inviato agli iscritti una comunicazione di questo tenore: “Caro XY, entro il 31/7 dovrai versare la tua quota annuale di contributi. Per agevolarti, abbiamo pensato di offrirti la possibilità di un pagamento dilazionato in tre comode rate mensili, a decorrere dal 31/5/26”.
Avete letto bene, non ci sono refusi: l’AGEVOLAZIONE CONSISTE NEL COMINCIARE A PAGARE CON TRE MESI DI ANTICIPO.
Non bastano più i forconi, ci vuole il rogo diretto.
article placeholder

IL TRUFFATORE RITARDATO

Ricevo il solito messaggio-phishing su fantasiosi rimborsi fiscali che mi sarebbero dovuti.
Già suonerebbe strano che una comunicazione del genere arrivi un sabato mattina.
Ma, senza dubbio, se poi ti scrivono che per riavere la pecunia avresti dovuto rispondere cliccando sul link entro ieri, mi pare difficile che qualcuno ci caschi.
Fatti almeno più furbo, coglione!