L’irrimediabile spaccatura provocata nella categoria dall’incapacità del sindacato di far proprie per tempo le istanze di coloro che ormai da anni rappresentano la stragrande maggioranza dei giornalisti, cioè gli autonomi, è ormai tanto evidente che ovunque scoppiano bubboni. E che perfino chi fino a ieri dormiva tra due guanciali comincia ad accorgersene.

Patapunfete: tutto come (purtroppo) previsto. Al termine di un percorso lungo e variegato di equivoci, buona volontà, malizia, miopia, buona fede, petizioni di principio, ingenuità, sommi scopi e latitanze più o meno strategiche anche in Stampa Romana, la circoscrizione laziale dell’Fnsi, è saltato il tappo della consulta freelance, equivalente regionale della famigerata Commissione lavoro autonomo della Federazione.
A dar fuoco alle polveri, le dimissioni della vicepresidente della Consulta medesima, nonchè membro della Commissione, Maria Giovanna Faiella.
Motivazioni? Le solite: l’organismo “non funziona”, “nonostante la buona volontà di alcuni colleghi illuminati come Paolo Butturini (il segretario della Romana, ndr) il sindacato è ancora oggi il sindacato dei dipendenti oppure dei signorsì che occupano poltrone e dei signori delle tessere” e tratta ancora i colleghi autonomi, freelance e precari “non come dei professionisti alla pari, ma come degli sfigati che non sono riusciti ad avere un contratto”.
Tutto vero, ma non è una grande scoperta: è così da sempre.
Seguono velenose polemiche e accesi contraddittori, che non sto qui a riportare perchè facilmente recuperabili sulla pagina Facebook di SR.
E’ ovvio che, non facendo parte del sindacato (nè romano, nè nazionale), non sono nemmeno a conoscenza dei dettagli di ciò che accade in quelle segrete stanze.
Ma quello che si vede da fuori basta ed avanza a rendere un’idea chiara dello stato delle cose. Un’idea che è il motivo fondamentale della mia ormai annosa presa di distanza dall’Fnsi. E che sta apparendo sempre di più, in tutta la sua evidenza, a un numero ogni giorno maggiore di colleghi, tanto autonomi quanto contrattualizzati.
Pesco a caso uno dei commenti: “Ma mi chiedo – scrive una giornalista – come può il sindacato farsi davvero portavoce di questa enormità di colleghi freelance, cococo, precari che ormai sono la maggioranza nel ns lavoro, quando poi non ci sono gli strumenti per farlo sul serio? Ovvero come fa un sindacato ad avere la forza di fare sentire la loro voce se i loro diritti non sono rivendicabili attraverso il CNLG? E come si fa a fare sindacato per loro quando non possono essere eletti o eleggibili nemmeno nei CDR? L’altra mattina ho sentito parlare di CUMULO DELLE PENSIONI fino a 20mila euro: per carità è giusto che tutti possano continuare a lavorare in questo difficile momento, più si guadagna più stiamo meglio tutti, ma mentre sentivo discuterne mi chiedevo quanti cococo e freelance che si sbattono ogni giorno riescono ad arrivare a quella cifra a fine anno. Ho sentito parlare anche di ex fissa da alcuni: è giusto, giustissimo riceverla. Ma ormai nemmeno più i ‘marziani‘ ne hanno memoria… Un altro collega ha detto che ‘dovremmo fare lobby noi giornalisti’ in un momento così difficile… E’ vero, ma ci rendiamo conto che ci stiamo spaccando in due fronti: freelance, cococo, precari da una parte e contrattualizzati dall’altra? Pur facendo lo stesso lavoro? Lavoro che all’editore costa un’infinità di meno se assegnato a un freelance/cococo… E allora come facciamo a mantenere la forza contrattuale del ns lavoro se c’è un esercito di gente fuori le redazioni che lavora senza contratto? Le elezioni nei Cdr, nel sindacato, negli istituti sono le prime a dividere: pubblicisti/professionisti, inpg1/inpgi2… Siamo o non siamo tutti uguali?“.
Ineccepibile.
La cosa significativa è però che ciò appaia solare non solo a un freelance, ma anche a una contrattualizzata: nella debolezza, anzi nell’abbandono sindacale del lavoro giornalistico autonomo sta la prima minaccia per quello dipendente.
C’è un solo problema: è tardi. Anche per accorgersene. Al punto che l’Fnsi si è fatta sorpassare a destra dall’OdG.
Ma di che stiamo parlando, allora?