di ANDREA PETRINI
Per Cataldo Calabretta, vignaiolo di Cirò Marina e neodelegato della FIVI Calabria, la crisi da pandemia si affronta con niente sprechi, poche lagne e tanto “smarketing”. Lo storytelling, insomma, non serve.

 

Prima domanda di rito: come stai affrontando questa emergenza?

 

Fino a l’altro ieri ero abbastanza tranquillo, ripetendomi il mantra “abbiamo superato il primo supereremo anche questo”; mi preoccupava di più la situazione climatica, a causa di una siccità che perdurava dalla primavera, poi all’improvviso il tempo è cambiato e adesso contiamo i danni dell’alluvione! Questo ci porta di nuovo a dover ammettere che la pandemia non genera nuovi problemi, semplicemente ti mette davanti a tutte le storiche carenze dell’Italia e purtroppo a quelle, più marcate, della Calabria!!

 

Come vignaiolo hai avuto problemi sotto il profilo produttivo e commerciale? Hai riscontrato differenze burocratiche tra Italia e estero?

 

Abbiamo affrontato i problemi su diversi livelli, il lockdown è riuscito a fermare quasi completamente le vendite da marzo a maggio, ma le vere aziende agricole sono sempre pronte ad affrontare periodi di fermo economico e stringere i denti. Abbiamo risparmiato sul volume di lavoro soprattutto in vigneto, facendo lo stretto necessario.
Sul fronte commerciale non ho ritenuto necessario attivare uno negozio on line aziendale. Sono convinto che l’e-commerce sarà sempre più importante, ma penso sia roba da professionisti del settore. Credo molto nel valore dei rapporti lavorativi con i miei agenti, distributori e importatori. Io preferisco fare il vignaiolo, di beghe burocratiche ne ho pure troppe!
Anche all’estero, il vero problema, al di là del fermo da lockdown, sono i timori legati ai dazi Usa e alle nuove regole post Brexit. Ci hanno comunicato in questi giorni il nuovo regolamento sulla certificazione bio nel Regno Unito, una sfilza di documenti ed autorizzazioni da cui sono uscito solo comunicando al mio importatore che rinunciavo alla certificazione in etichetta.

 

Pensi che rinunciare alla certificazione biologica porterà ulteriori problemi nelle vendite?

 

La risposta è complessa. Il mio importatore nel Regno Unito riesce a veicolare il messaggio di “naturalità” e sostenibilità dei vini che vende, il mercato a cui si rivolge è un pubblico “maturo”, capace di valutare da solo il prodotto anzichè dar credito ai loghi affissi sulle bottiglie. Dobbiamo comunque sempre tenere presente che, ad oggi, l’unica certificazione riconosciuta che controlla la filiera è quella del biologico e io, nonostante tutti i suoi limiti, continuo a preferirla rispetto a una semplice azione di marketing e storytelling.

 

Coi tuoi colleghi di Cirò state facendo un grande lavoro per i mercati esteri. Come viene visto il vostro vino nei mercati europei e nel mercato statunitense?

 

In questi anni la nostra azione si è concentrata per lo più sul territorio nazionale, perchè abbiamo pensato che il Cirò dovesse tornare nelle carte dei ristoranti ed enoteche italiane, anche se in effetti il mercato straniero e quello che risponde meglio ( in termini economici e di vendite) alla “novità” del vino territoriale e artigianale. Rispetto allo stile dei nostri vini il Cirò Rosso rimarrà un vino per pochi appassionati , ma noi abbiamo una grande occasione con il Cirò Rosato, che unisce il momento d’oro per la tipologia e tuttavia non è un vino banale, anzi esalta forse ancora di più il legame con questa terra. E proprio su questo concetto stiamo lavorando, appena sarà possibile porteremo a compimento un progetto iniziato nel 2019, la realizzazione di una sala didattica e di degustazione che insieme ad un progetto più ampio di ospitalità esperenziale porterà a Cirò gli operatori commerciali, la stampa straniera e tutti gli appassionati a conoscere quesa Terra, solo così il messaggio del Cirò arriverà chiaro e forte.

 

Come la stai affrontando ora seconda ondata di epidemia? Le difficoltà sono le stesse?

 

Il primo impatto è stato con la ristorazione, a seguire arriverà a noi: si calcola che a fine anno il calo delle vendite si attesterà sul 40%. Se ci daranno respiro con le scadenze fiscali e bancarie ne usciremo un po’ più poveri, ma ancora in piedi.

 

Come FIVI Calabria state pensando ad azioni comuni?

 

Riguardo alla pandemia in particolare no, come dicevo le aziende agricole hanno visioni a lungo termine e sono sostanzialmente abituate alle restrizioni. Quello che vogliamo ottenere come delegazione calabrese è l’accreditamento  ai tavoli regionali della programmazione futura per il comparto agricolo.

 

Secondo te le misure adottate sono state sufficienti o si poteva fare qualcosa di più?

 

Di sicuro il comportamento della gente è lo specchio del Paese e di chi lo guida, gli allentamenti di questa estate ci hanno fatto stare bene e ci hanno illusi, così devono averla pensata anche i governanti, la loro posizione forse avrebbe richiesto maggiore rigore ma questi amministratori li abbiamo scelti noi. Io sono calabrese e per quanto mi sforzi alla fine devo ammettere di essere ancora fatalista. E una tara culturale o forse solo la nostra storia.

 

Suggerimenti ai tuoi colleghi per affrontare al meglio il futuro?

 

Non sono in grado di dare consigli, perché non mi sembra di aver fatto molto. L’unico è organizzarsi per resistere, fare scelte drastiche per eliminare il superfluo. Spero che questa crisi, come altre in passato, ci indichi nuove prospettive, a sprecare meno. Quello che abbiamo sperimentato in questi anni a Cirò è la vera conquista: il lavoro di gruppo, il mutuo soccorso tra noi piccoli produttori come i contadini di una volta. L’unico appunto è sulla comunicazione: troverei opportuno calcare meno la mano, essere trasparenti, senza usare frasi ad effetto, evitare strappalacrime sul disastro economico o l’incitamento alla rivolta e poi, appena tutto è passato, via con l’euforia e i brindisi a go go. Non sono un esperto ma credo siano interessanti queste teorie sullo “smarketing”.

 

Come vedi il 2021? Che speranze hai per il e, in generale, per il vino italiano?

 

Spero solo che le vaccinazioni ci liberino definitivamente dalla pandemia entro la primavera, così rimetteremo in moto turismo, viaggi all’estero per promuovere il vino, gli eventi pubblici , le visite in cantina, etc.. Credo che, dopo, la gente sentirà l’esigenza di godersi la libertà di una cena o di una festa tra amici e bersi un buon bicchiere di vino!

 

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