Molti la scambiano per una forma estrema di campanilismo, destinata a sfogarsi nella furia paliesca. Ma ciò che la connota è invece l’espressione di un sentimento onnivoro, composito e trasversale, in cui si fondono appartenenza e fierezza, sindrome da assedio e culto della radici, identità e complessi di superiorità, autocompiacimento e frustrazione. Tutti elementi che si rintracciano ovunque, in città. Anche nel senso profondo di una mostra che si inaugura oggi al Santa Maria della Scala.

Nessuno è fissato con senesità più dei senesi. Questo è appurato. E detto così potrebbe apparire una cosa ovvia.
Ma non lo è affatto. Perché non esiste, che io sappia, una città più compiaciuta di se stessa e più impegnata – un po’ per protervia e un po’ per necessità – a specchiarsi su di sé, ad abbeverarsi narcisisticamente di sé, come Siena. A rivendicare insomma in ogni momento, oltre alla propria diversità, una sorta di autoconclamata unicità collettiva.
La sindrome non si limita al grande (i monumenti, le tradizioni, l’arte, la cultura), ma permea ogni cosa, anche la apparentemente trascurabile.
Il Palio? Sì, ne è il culmine, l’apogeo. Ma proprio ciò sta a significare che esso è l’esito di un lungo processo. Di un processo ininterrotto di rielaborazione che Siena opera costantemente su se stessa. E, in questo processo, la collettività, la civitas prevale su tutto. Qualsiasi cosa, persona, istituzione, progetto o strategia è funzionale ad essa. E di essa, quindi, tutto fa parte: uomini, contrade, enti, patrimoni, valori.
Prendiamo la mostra che si inaugura oggi al Santa Maria della Scala, l’ex Spedale cittadino, la cosiddetta acropoli senese. Si intitola “Capolavori e restauri del Comune di Siena e della Fondazione Monte dei Paschi di Siena”. Una mostra doppia, o meglio due mostre parallele, ma intimamente legate tra loro, che in un’accurata selezione attestano da un lato il paziente lavoro di ricerca che la Fmps ha intrapreso dal 2004 per rintracciare sui mercati antiquari di tutto il mondo e per riportare in città (l’espressione non è casuale) le opere d’arte senesi andate disperse nei mille rivoli dell’”emigrazione” avvenuta, principalmente, a cavallo tra ‘800 e ‘900; e dall’altro l’altrettanto difficile attività di raccolta che il Comune ha svolto nel tempo per riunire al Santa Maria le centinaia di pezzi, spesso pregevolissimi, appartenuti allo Spedale e nei secoli finiti sparpagliati, in una sorta di diaspora interna, tra uffici periferici, istituzioni, studi, astanterie, economati di mezza Siena. Opere di cui sovente si erano perdute le tracce o di cui si conosceva l’esistenza solo da remoti inventari. E sulle quali, ovviamente, nessuno si era finora soffermato a studiare, a restaurare, a pubblicare.
Aldilà del suo indubbio valore artistico (l’esposizione, aperta fino al 9 gennaio 2011, mostra al pubblico sculture e dipinti, tutti restaurati e praticamente mai visti prima in un contesto organizzato, di autori come Bartolomeo Bulgarini, Astolfo Petrazzi, Bernardino Mei, Antonio Nasini, Maestro dell’Osservanza, Domenico Beccafumi, Rutilio Manetti, Brescianino, Luigi Musssini e molti altri, in un arco temporale che va dai reperti archeologici del VI sec. a.C. al purismo ottocentesco), la rassegna rappresenta infatti un esempio significativo dell’indefettibile sienese state of mind che contraddistingue chi, come di dice da queste parti, “cammina sulle lastre”.
Non è un caso infatti che, nel presentarla, uno dei curatori, Enrico Totti, abbia sottolineato il suo “orgoglio di riunire nella mostra due tranches del patrimonio senese di ogni tempo”, rimarcando che “in nessuna città si fa questo nel modo e con lo spirito in cui lo si fa qui”. E non è un caso che l’altra curatrice, Anna Maria Guiducci, responsabile del progetto della Fondazione per il censimento e la riacquisizione delle opere perdute, abbia parlato della “politica di salvaguardia e di valorizzazione messa in atto dalla città” perseguita anche organizzando un’esposizione che “non è pensata solo per i turisti, ma anche e soprattutto per i senesi”.
Un doppio livello di conoscenza, un doppio grado di percepibilità accompagna insomma il percorso espositivo che – significativamente – mette a disposizione dei visitatori anche un’ampia selezione di pubblicazioni storiche e artistiche destinate a lumeggiare il costante rapporto dialettico tra l’arte e la città che l’esprime.
La domanda che sono sorte spontanee sono due.
La prima è: che fine faranno le opere dopo la mostra? Quelle del Santa Maria resteranno probabilmente esposte, anche se ancora non si sa dove e come. Quelle di proprietà della Fondazione Monte dei Paschi torneranno nei depositi dell’ente. Il quale però ha già l’idea, in un prossimo futuro, di raccoglierle e renderle fruibili nel Palazzo del Capitano, guarda caso attiguo allo Spedale e quindi, idealmente, tutt’uno con esso. “E comunque – rimarca Anna Maria Guiducci – tutte sono già visibili, con foto e schede analitiche, nel museo virtuale all’interno del sito internet della Fondazione (qui)”.
La seconda è: si riuscirà a ritrovare “tutto” e a riportarlo a Siena? Tutto, forse, è impossibile, ammette Enrico Toti. Un po’ per l’irreperibiltà di certe opere e un po’ perché molte fanno parte ormai del patrimonio di altri enti e musei in tutto il mondo. Ma a questo c’è un parziale rimedio: il progetto, portato avanti dalla solita Fondazione, di organizzare mostre che almeno temporaneamente consentano di esporre a Siena ciò che fu (e rimane) senese. Un modo come un altro per rimarcare che, qui, l’invisibile fil rouge della senesità non si spezza mai.