MEMOIRTAGE/7. Stai per tornare a Praga e ti viene in mente una canzone che parla di vedere Bo Diddley a Washington Square, NY. Ma tu immagini d’incontrare Max Brod in Piazza Carlo, tra pizza e spaghetti.
Il sole non era al tramonto. E gli alberi, tutt’altro che spogli, splendevano invece di verde sotto la luce di mezzogiorno. A parte questo, però, intorno a me c’erano davvero milioni di persone, sciamanti, dirette ovunque, proprio come nel giorno di una grande fiera. Ed è lì che mi aspettavo di intravedere Max Brod intento a trascinare una valigia di manoscritti tra le insegne di pizzerie e ristoranti italiani.
Giorni prima il dormiveglia musicale mi aveva infatti
suggerito un film che avevo subito fatto mio: in piazza Carlo non avrei visto Bo Diddley, come
Willie Nile a Washington Square, e
neppure Franz Kafka. Mi sarei accontentato di incrociare il suo amico. E qualcosa mi ha spinto a cullare questa
sciocca fantasia.
Poi Praga mi ha accolto col solito fulgore. Anche troppo. Le facciate esageratamente lustre di chi ha scorticato i vecchi palazzi della loro patina appena polverosa e così mitteleuropea. Le insegne dei grandi marchi globalizzati e globalizzanti. E quell’ansia di junk food che sembra pervadere, più di ogni altra cosa, le masse tutte uguali del turismo contemporaneo. La pizza come linguaggio internazionale.
Ciononostante, dodici anni dopo Praga non mi ha deluso. Casomai mi ha dato delle conferme.
E’ stata una visita breve, brevissima. Poche ore di immersione, giusto il tempo per rivedere i luoghi più familiari e lavorare un po’ d’immaginazione. Al posto del frettoloso commesso viaggiatore Gregor Samsa ho incrociato una coppia signorile e piuttosto agèe vestita con la maglia albiceleste di Leo Messi, che la sera prima aveva steso l’Inghilterra. Ai tavoli dei caffè non ho visto eleganti signore in veletta e crinolina, ma gitanti in ciabatte sfiancati dal caldo e dal peso degli zaini. Ciclisti con casco e ebike spinte a mano al posto dei travet in bici col cappello in testa e le mollette ai pantaloni.
Sulla Moldava il Castello è sempre lo stesso e lì s’estolle. Il fiume scorre lento e, chissà perchè, mi ha evocato le immagini in bianco e nero degli sceneggiati tv del commissario Maigret in riva alla Senna. Le statue sul ponte sono sempre severe e un po’ torve, come Praga comanda. Lo sferragliare dei filobus poco hitech ti risveglia e ti lascia qualche attimo di sollievo, sembra di cogliere lacerti di socialismo reale. In piazza San Venceslao, però, pochi inciampano nella croce di bronzo dedicata a Jan Palach, affondata nei sampietrini.
In centro le case costano un occhio, mi dicono. Seimilacinquecento euro al metro quadro, tutto sotto l’attacco delle grandi compagnie. Impossibile abitare qui per la gente normale. E’ l’onda montante dei brand e dell’air bnb. Sulla porta di un negozio di magneti e souvenir campeggia, quasi ironica, la scritta made in Praha. Su un’altra spicca invece il nome (si presume) del titolare: Lladrò, che è tutto un programma.
Di Max Brod, e della sua valigia piena di pagine, però, non c’è traccia.
Ti chiedi allora perchè questa città continui a mantenere il suo fascino un po’ enigmatico e un po’ inquietante.
Poi ti guardi intorno e ti accorgi che la canzone continua a ronzarti in testa.
Che c’entra Bo Diddley con Praga?
“Well the sky it was orange
The trees they were bare
There were oceans of people
All going somewhere
It was just like a painting
A day at the fair
The day I saw Bo Diddley
In Washington Square
There are millions of people
Who will say they were there
The day I saw Bo Diddley
In Washington Square”
(*) MEMOIRTAGE è la crasi tra memoir e reportage, ossia tra memoria e cronaca. In pratica una rubrica (a cadenza, lo premetto, assai irregolare) in cui mi divertirò, tra fatti, ricordi e suggestioni, a raccontare luoghi e situazioni in cui mi capita di ritrovarmi dopo lungo tempo. Un po’ un esercizio di stile, un po’ racconto e un po’ giornalismo, ma sempre verità. L’unica che, letteratura a parte, dà un senso allo scrivere.