Una della massime gratificazioni dell’aver compiuto 18 anni fu, in terza liceo, la possibilità di firmarmi da solo la giustificazione delle assenze scolastiche senza la necessità di ricorrere alle proverbiali e abusate firme genitoriali apocrife. La pratica dell’autogiustificazione, ovviamente, aveva un senso che andava bene oltre la banale semplificazione burocratica: era qualcosa che, accompagnato da un sorrisetto ammiccante al cospetto di scuola e professori, suonava un po’ come “ora finalmente io so’ io e voi non siete più tutto come prima”. Conferiva una sensazione, al contempo, di libertà e di sicurezza di sé.
Ci ripensavo stamattina leggendo un po’ delle pietose autogiustificazioni dii politici e pubblici amministratori di ogni ordine grado, i quali invece, in presenza di carenze inoppugnabili, le utilizzano per autoassolversi delle loro miserie e della loro incapacità, che è cosa ben diversa. Pensano di svicolare da colpe e responsabilità o aggrappandosi a stati di fatto ereditati da precedenti gestioni (come se non fosse loro precipuo compito rimediarvi), o a fantasiose quanto vincolanti, insuperabili burocrazie.
A nessuno che venga in mente di tirar fuori, a giustificazione, l’argomento più veritiero, onesto e, in fin dei conti, forse anche alla lunga più redditizio: la ragion politica. Ma ciò va evidentemente oltre i loro orizzonti. E a noi tocca sentire che la magagna è colpa di quelli prima. Patetici.