Dalla ormai quotidiana falcidia anagrafica che sta consumando l’empireo del rock and roll – qualsivoglia cosa si intenda con questa espressione – emergono morti che ti rattristano più delle altre. Non è solo una questione di particolare amore verso quel musicista, né del suo valore artistico in sé, né della sua storica importanza.
Si tratta invece, credo, del posto rassicurante o simbolico che, per qualche motivo, lo scomparso occupava nel tuo personale album delle figurine musicali. Figure che, nel tuo intimo, suonavano eterne.
In quest’ottica, la dipartita di Beverley Martyn occupa per me lo stesso lacerante posto che è stato per Robbie Robertson e Marianne Faithfull.
Un’altra crepa nella muraglia.
