di ROBERTO GIULIANI
Vinsanto 1968 Guicciardini Strozzi: ecco la prova provata che qui non ci vuole una rivoluzione, ma una restaurazione. Una restaurazione del vinsanto fatto (e bevuto) come si deve.

 

Il nostro è un mondo strano, certamente in declino, e tutti ne siamo corresponsabili perchè ogni nostra azione, a volte per puro disinteresse o per semplice pigrizia, produce un’inevitabile e non sempre prevedibile conseguenza.

Nessuno ci ha imposto di fare acquisti nei centri commerciali dove girano sempre gli stessi marchi internazionali, che spesso delocalizzano mantenendo però ovunque gli stessi prezzi, con la conseguente e disastrosa morte dell’artigianato di cui, a buon diritto, avremmo dovuto invece andare fieri.

La scusa della poca disponibilità economica non regge: si vedono ovunque oggetti costosi che non hanno neanche lontanamente la qualità e la durata di un buon prodotto artigianale e che, quindi, alla fine offrono risparmi solo immaginari.

Poi ci sono le mode, anche queste non dettate da noi, ma sicuramente subite senza batter ciglio, così ti rendi conto che anche nel mondo del vino il processo è lo stesso: per quanto ci siano i resistenti (no, non parlo dei piwi ma di persone), la maggioranza segue l’andamento del mercato. Lo abbiamo visto con le barrique e i vitigni internazionali prima, con le anfore e gli “orange” poi, con i vini potenti, grassi, ricchi, concentrati prima e con i vini meno alcolici, più serbevoli oggi. Abbiamo visto tipologie vivere tempi di gloria, altre scomparire. Una di queste è indubbiamente il vinsanto, che in Toscana è da tempi antichi prodotto in moltissime zone, ma oggi fatica a trovare estimatori, appassionati, ristoratori disposti a metterlo in carta.

Eppure, quando è fatto con la cura che gli è dovuta, è in grado di competere con i più famosi vini dolci al mondo. Come nel caso di questo straordinario 1968, proveniente dalle cantine della millenaria famiglia Guicciardini Strozzi in quel di San Gimignano.

Un vinsanto che ti mette in crisi seria, che ti fa prendere coscienza di quanto possa essere folle lasciar morire questa tipologia di vino; perché non è fatto per essere bevuto distrattamente, in fretta pensando già al conto, ma in realtà chiede orgogliosamente e a buon diritto attenzione, parla ai sensi più reconditi, va ben oltre il naso e il palato, ti tornisce e ti rapisce, creando un’atmosfera del tutto particolare, fra te e lui, nessun altro.

A 56 anni dalla vendemmia ti spiazza subito con un’acidità ancora vibrante e una dolcezza davvero ben mascherata, perché se da una parte puoi cogliere il fico in confettura (non secco), dall’altra c’è un’arancia candita che porta il contributo citrino, passando per la noce, il miele di castagno e mille altre sfumature fino al tabacco da pipa e al cioccolato, sempre in movimento e trasformazione. Un sorso che ti accoglie ma con mano ferma ti mostra tutte le sue sfumature, rendendo quel momento semplicemente unico e indimenticabile.

Non seguite la corrente, andate a caccia di questi vini, di cui lo Stivale è ancora ricco, e godeteveli nel modo che preferite, ma sempre con la consapevolezza che dietro c’è un lavoro meticoloso, fatto di produzioni minime e lunghe attese in caratelli che forniranno l’impalcatura per uno dei tanti, magnifici, prodotti artigianali di cui dobbiamo andare fieri.

 

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