Soundtrack: “Ask the angels

Ieri sera Patti Smith ha suonato gratis (per il pubblico) in Piazza del Campo, a Siena. Io non c’ero. Grande concerto, mi dicono. E non ne dubito, pur con tutti i distinguo del caso. Ma, per favore, non se ne può più degli aggettivi retorici che durano da oltre 30 anni…

Anche se (fidatevi) vista da vicino – con un’ispida canizie e la cataratta calante – ricorda più mia nonna che la rocker dura e pura dei seventies, Patti Smith rimane una grande artista.
Una figura di primo piano, benissimo inserita (forse senza una piena consapevolezza) in quel contesto nostalgico-contestatario che in Italia, provincialmente, spopola, e che invece negli Stati Uniti appare molto più articolato, sfumato, privo di certi connotati ideologici, mi verrebbe da scrivere partitici. Quelli capaci, da noi, di ascrivere a vita qualcuno da una parte o dall’altra della barricata. Suo malgrado e magari a sua insaputa. E buoni per tutte le occasioni di propaganda.
Ma insomma, a prescindere da questo, ieri sera la Smith ha suonato sotto la Torre del Mangia davanti a qualche migliaio di spettatori, tra alcune polemiche (cachet troppo alti per una città in crisi finanziaria?), velati malumori (quattro date ravvicinate nel raggio di 100 km sono apparse una sorta di autogol in termini di audience) e l’indubbia eccitazione dei fans.
Il problema è che con lei è venuto giù anche il solito torrente di melassa e di critica per sentito dire che, da oltre trent’anni, la dipinge tra l’altro con qualifiche ridicole come la “sacerdotessa del rock”.
Ma per favore, quale sacerdotessa?
Già, a mio parere, l’epiteto di “poetessa” le va stretto e non piace neppure a lei. Ma “sacerdotessa”, questa definizione stucchevole, allusiva, insinuante, evocativa di riti ad usum populi e di bagliori al magnesio, di trucco pesante da cinema muto…non se ne può più!
Sacerdotessa di che, celebrante di quale liturgia, se non quella di un conformismo descrittivo di cui lei non è certamente complice, ma casomai vittima?
Lasciatela stare la povera Patti, che di giovanilistico non ha più nulla e probabilmente neppure lo vuole avere, mollate l’osso della cantante luciferina e visionaria, concedetele il ruolo carismatico di icona che si è guadagnata sul campo e non fatele fare la fine di un Jim Morrison qualsiasi, immutabilmente ingabbiato negli adesivi catarifrangenti da appiccicare sull’Ape.
Consentitele di invecchiare, di essere ciò che è (potrebbe davvero essere nonna), senza riesumare ogni volta quei pietosi, risaputi aggettivi da rotocalco perbenista.
Di essere una “sacerdotessa” – del rock, del punk e di tante altre sciocchezze che le sono state attribuite – la nostra aveva del resto già deciso di smettere all’indomani dei famosi 70mila del comunale di Firenze (io c’ero: settembre del 1979), non lo era più da un pezzo al Blues Festival di Pistoia vent’anni dopo (ero anche lì) e pure a piazzale Michelangelo nel 2000 (idem). Men che meno lo era al teatro Tenda fiorentino nel 2004 (idem), a Prato nel 2007 (idem) e in piazza Santa Croce nel 2009, nel trentennale della sua prima storica apparizione toscana. Non lo era nemmeno, nè se ne atteggiava, quando nel novembre del 2003 l’ho incontrata personalmente al bar davanti a casa sua a NYC e mi sono intrattenuto a lungo a conversare con lei, introdotto da amici comuni.
Perchè dunque anche stavolta menarla con la storia della sacerdotessa?
Cari colleghi, recensori, titolatori, direttori, toglietevi il prosciutto dagli occhi e aprite bene le orecchie. Ascoltate la musica, uscite dai luoghi comuni e cessate di ammorbarci coi soliti titoli facili da un tanto al chilo.
Perchè la notte appartiene agli innamorati, ma le sciocchezze sono prerogative dei coglioni e dei disinformati.
Ask the angels, se avete dei dubbi.

PS: in ogni caso, Dio salvi Lenny Kaye.