Sempre più spesso giornali-catalogo e giornalisti squattrinati accettano il ruolo di megafono pubblicitario in cambio di panem et circenses. Poi non meravigliamoci se ci considerano usa e getta.

 

Bei tempi quelli della cara vecchia marchetta.

Quando la corruttela costituiva anche l’implicito riconoscimento che la nostra categoria aveva un senso, un peso ed un compito da svolgere. Per stornare a proprio conto il quale un qualsiasi mariuolo doveva, per forza, ricorrere ai soliti trucchi.

Era un meccanismo a suo modo semplice ed efficace: se per spacciare notizie false o compiacenti dovevi pagare, significava che il grosso delle notizie viaggiava ancora nella direzione corretta. E la bugia aveva un prezzo.

Da qualche anno, invece, si è tutto capovolto. L’informazione è divenuta quasi solo commerciale. La stampa è sempre più non una fonte di notizie, ma una bacheca di pubblicità occulta conto terzi.

Il motivo è evidente: i giornalisti ormai non li pagano più gli editori, troppo impegnati a procurarsi contenuti gratuiti da chiunque, ma li mantengono gli inserzionisti. I quali alla fine sono quelli che comandano e decidono i destini di tutto. Inclusa la sorte dei giornalisti da rottamare.

Per capire di quale infima considerazione goda ormai la categoria basta ascoltare il modo in cui, spesso esplicitamente, parlano di noi quelli che dovrebbero essere le nostre controparti.

Roba  da brividi.

Si distinguono i giornalisti solo tra quelli “che fanno vendere” o danno visibilità , che poi è la stessa cosa, e non. Tra chi va “penalizzato”, in quanto riottoso o diventato inutile a quegli scopi, e chi no. La sanzione più efficace (con una lezione a uno, se ne dà una a tutti, facendo capire chi comanda) è espungere i reprobi dalle mailing list di inviti, cene, omaggi, viaggi.

In due convinzioni apparentemente sbalorditive, ma in effetti logiche: la prima, che il corrispettivo spettante a un giornalista per ciò che scrive sia non il compenso dell’editore, ma l’omaggio o la cena a scrocco offerta dal recensito; la seconda, che l’obbiettivo, quindi il lavoro vero del giornalista consista nel ricevere quegli omaggi e inviti a scrocco. In mancanza dei quali egli sarà costretto, prima o poi, a tornare a Canossa. Oppure a uscire dal giro.

Ecco, che giro?

La compagnia di giro dei giornalisti. Una grande tribù transumante, coesa ed autoreferenziale, dove l’unica cosa che conta è esserci per assicurarsi con continuità un posto fisso nella comunità, con un invito dietro l’altro, e un viaggio stampa dietro l’altro nel nome di una compiacente gratuità. Do ut des, tutti zitti e via andare.

Quelle che una volta erano le nostre controparti e che in teoria, visti i ruoli contrapposti, ci dovevano guardare con rispetto, timore o diffidenza, ci hanno trasformato in loro complici e ci usano. E noi ben lieti: quasi nessuno si rifiuta. Il giornale mi paga poco, dovrò pure sbarcare il lunario, no? L’eccezione diventa la regola, la marchetta è istituzionale, implicita nel sistema e socialmente accettata come normale.

Così il mondo disprezza (giustamente) i giornalisti, che interessano se e finchè fanno pubblicità, aiutano il commercio, sono funzionali agli interessi di parte. Altrimenti sono seccatori trascurabili, da allontanare.

Naturalmente tutti lo sanno, ma a chi conviene alzare la voce o può permettersi di farlo?

Eppure da qualche parte bisogna cominciare e io comincio.