MEMOIRTAGE/4. Viaggiare nel passato suscita non solo ricordi, ma spesso la presa d’atto di cambiamenti che sono andati troppo oltre e non approdano in alcun luogo. Come la grotta di Tiburzi e il Ponte della Pia.
Ci sono strade che in passato hai fatto tante di quelle volte – o che hanno così tante volte alimentato la tua fantasia – che dai per scontato siano rimaste sempre uguali. O che nemmeno si ponesse la questione che potessero cambiare. Erano quelle e basta, scolpite nella memoria per la tua eternità.
Poi naturalmente succede che dopo molti decenni le ripercorri e, con un pizzico di emozione, ti tornino alla memoria suggestioni e dettagli che oggi non ci sono più. Anche questo è ovvio. Ma ti fa riflettere, com’è implicito, dapprima sul tempo che passa e dopo, ciò che più conta, sui grandi mutamenti della società, del territorio, del paesaggio intervenuti nel frattempo.
Mi è capitato giorni fa, andando da Siena a Chiusdino.
Mio nonno materno è stato per quasi trent’anni – dal 1945 al 1973 – lo storico e amatissimo medico condotto di Chiusdino, paesino delle Colline Metallifere dove viveva. E tra i tre e i dieci anni per me andarci e passarci il tempo più lungo possibile era la massima aspirazione. Da bambino ho quindi fatto quel tragitto centinaia di volte ed ogni volta era un’avventura. Una di quelle novelle che conosci a memoria e che non ti stanchi mai di ascoltare di nuovo.
Così l’altro giorno, badando pericolosamente poco alla strada e alla guida, ho tenuto per chilometri lo sguardo sul ciglio della carreggiata. Alla ricerca del Ponte Della Pia e della grotta di Tiburzi, due dei punti topici del viaggio, senza però riuscire a individuarne nessuno. Il primo – il cavalcone medievale che secondo la leggenda fu attraversato dalla sventurata nobile senese Pia de’ Tolomei verso le Maremme che poi la “disfecero” – di sicuro esiste ancora, ma dev’essere mezzo inghiottito dalla vegetazione riparia. Ai miei tempi, invece, sebbene muscoso e grigio, si vedeva benissimo e su di esso, per decine di minuti, s’intrecciavano le citazioni dantesche del nonno al volante e le fascinazioni mie sulle fitte e paludose (nell’immaginazione, si capisce) selve maremmane. La seconda era invece una fantasia vera e propria, ossia l’invenzione che un grosso anfratto nella roccia della sovrastante scarpata, sulla destra, fosse l’imbocco di una grotta abitualmente usata come rifugio dal bandito Tiburzi. All’epoca non sapevo nulla di Tiburzi. Per me era un brigante vivo e vegeto. Come a mio nonno sia venuto in mente proprio lui per cucirci attorno la storiella della grotta me lo sono chiesto per mezzo secolo, senza venirne a capo. Forse solo perchè Tiburzi era il fuorilegge più famoso dei suoi tempi? Salvo scoprire poi, per caso, che a Chiusdino oggi c’è davvero un ristorante che si chiama La Grotta di Tiburzi? Una coincidenza o ci sono connessioni che non conosco? Devo indagare meglio. Resta in fatto che non ci fu mai viaggio a Chiusdino in cui non costringessi il paziente nonno ad accostare per farmi verificare, armato di pistola a fulminanti (a volte una Susy, a volte una più opulenta Susanna 70), se il malavitoso fosse o meno in casa. Non c’era mai, si capisce. E la ragione era, mi veniva spiegato, che ci si nascondeva lì solo ogni tanto e a notte fonda.
Ripensavo dunque a tutto questo, tra un sorriso e l’altro, guidando sulla SP73bis. E domandandomi con un certo turbamento cosa in realtà ci fosse di davvero diverso in ciò che osservavo intorno a me rispetto a ciò che ben ricordavo di aver visto allora. Molte cose erano differenti, ma nessuna così differente da giustificare il mio latente disagio. La strada era più larga e l’asfalto migliore, senza dubbio. Anche i cartelli, le auto ovviamente, le case intorno. Tutto. Eppure non era quello il punto. C’era una differenza più ampia, un’atmosfera generale diversa.
A un certo momento, procedendo per intuizioni, ho capito.
Mancava la luce.
Anzi no, mancava il cielo. Anzi, no: il cielo c’era, ma era poco, una striscia chiara tra le muraglie verdi e scure di una vegetazione fitta, incombente, che si spingeva fino al margine della carreggiata. Ecco allora la risposta: erano cambiati il paesaggio, la natura, l’insieme. La provinciale era diventata una sorta di tunnel che s’insinuava tortuosamente nella tendente boscaglia. Allora ho cominciato a osservare con più attenzione. Ho visto meno campi e meno boschi. Ma tanta boscaglia, appunto. Disordinata, trascurata, spesso sporca. Banchine inselvatichite, scarpate invase dalla vegetazione. Macchia, anzi vere e proprie siepi di macchia alta e incontrollata ad assediare campi sempre più stretti e scontornati. Ho respirato così, per chilometri, una sensazione plumbea di marginalità che ha attenuato la dolcezza dei ricordi. Un senso di inutilità del contesto che prima non c’era, quando il bosco finiva col bosco e dopo il bosco c’era il campo. Era più probabile che arretrasse il primo del secondo. E anche il primo aveva comunque confini precisi, margini netti, segno che c’era qualcuno a demarcare, a curare, a tagliare. Ora invece non c’è nessuno, solo i segni di manutenzioni obbligate, sporadiche e negligenti e i cascami di un’agricoltura residuale, al minimo sindacale, al risparmio. Non sono spariti i poderi, ma la gente che ci stava dentro per lavorare la terra e, di conseguenza, si prendeva cura di fossi, di siepi, di frane. Il bosco era ceduo, si tagliava e si coltivava. Ogni metro di campo perduto era un po’ di raccolto in meno.
Insomma è cambiato tutto. C’est la vie, si dirà. Non so se sia un bene e se il mio dispiacere sia solo il miope frutto di una visione antica, del banale rimpianto per il tempo trascorso. Forse sì. Ma la differenza è enorme e la percezione, o anche qualcosa di più, è che la macchia finirà per ingoiarsi anche la vecchia strada costeggiata dal Ponte della Pia e dalla grotta di Tiburzi. E con essa la residua striscia di cielo. Oppure lascerà il posto a una di quelle bonifiche che, anzichè selezionare, desertificano. O a quelle scarpate che, per evitare tardivamente le frane, sono in realtà prigioni di pietre. Così non vedremo più nulla di cosa c’è intorno e qualsiasi problema di confronto tra un prima e un dopo sarà risolto, in attesa di sapere che cosa apparirà alla fine del tunnel.
Accettare i cambiamenti è saggio e necessario. Accettare il niente sopraggiunto, o la periferizzazione assoluta, un po’ meno.
(*) MEMOIRTAGE è la crasi tra memoir e reportage, ossia tra memoria e cronaca. In pratica una rubrica (a cadenza, lo premetto, assai irregolare) in cui mi divertirò, tra fatti, ricordi e suggestioni, a raccontare luoghi e situazioni in cui mi capita di ritrovarmi dopo lungo tempo. Un po’ un esercizio di stile, un po’ racconto e un po’ giornalismo, ma sempre verità. L’unica che, letteratura a parte, dà un senso allo scrivere.
