Ogni catastrofe genera, oltre che dispiaceri, opportunità.
Ovvero affari. Ovvero appetiti.
Entro una certa soglia, comprensibili. Oltre una certa soglia, no.
Qualcuno si ricorda del tipo che esultava per il terremoto dell’Aquila? Ecco: la sindrome, alla sua massima espressione, è quella. Più difficile è stabilire dove si collochi con precisione la soglia tra tollerabile e intollerabile, tra cinismo e immoralità.
Il caos da Covid-19, ovviamente, non fa eccezione e dà la stura al festival delle debolezze umane pian piano destinate a degenerare in astuzia, opportunismo, approfittamento e speculazione.
Sia chiaro: fare affari e perciò profitti è cosa lecita, buona e giusta. Faticare il meno possibile, idem. Ma a volte gli affari comportano perdite anzichè guadagni. Il che però non è sempre messo in conto.
Lampante il caso delle mascherine: dopo il boom incontrollato dei prezzi prodotto dal picco di domanda e il loro successivo precipizio procurato dalla massiccia offerta di presidi gratuiti, il mondo sotterraneo del business ha cominciato a muoversi brulicante.
E si è visto di tutto: mascherine finte, farlocche, lavabili, in mille sigle, fatte in casa, italiane, d’importazione, comprate, barattate, rivendute, ricomprate. Miliardi di pezzi sono passati di mano in pochi giorni, come fossero azioni, nella speranza di diventare fonte di plusvalenze.
Così un elevato numero di produttori veri, falsi e riciclati, terzisti, mediatori, importatori si sono riempiti la pancia, come si dice in finanza, di mascherine, di ordinativi, di commesse. Inclusi quelli che hanno simulato di riciclarsi in produttori solo al fine di non fermare la produzione d’altro, cioè di quello che facevano prima.
Ma poi il governo impone un prezzo politico: 50 centesimi.
E qui cominciano i guai.
Perchè è vero che il teorico costo industriale di una mascherina sarà di 2, 5, 10 centesimi l’una, ma qui c’è gente che, confidando di guadagnarci rivendendole, forse ne ha comprate a vagoni pagandole 40, 50, 90 centesimi e, insomma, se le cede a 50 centesimi ci scapita.
Ma ovviamente questo non è il solo caso di furbetti del virusino.
Aziende decotte e perfino categorie decotte da anni, finora sopravvissute per miracolo, adesso simulano tracolli del fatturato da coronavirus e invocano, quando non pretendono, sovvenzioni statali, crediti e agevolazioni. Finti autonomi e lavoratori al nero partono all’assalto di Inps e casse di previdenza per lucrare i 600 euro come se non esistesse domani, nemmeno fosse il reddito di cittadinanza: epico il caso di quello che ha inviato 18 richieste di contributo facendole firmare a parenti,  congiunti e “affetti stabili” (absit iniuria verbis, Giuseppi). Tra lo sbalordimento generale, aziende che distribuiscono ricchi dividendi dichiarano stati di crisi tanto sanguinosi quanto inspiegabili. Impiegati statali e non, già pocofacenti e ora costretti a lavorare da casa, quindi facenti ancora meno, si lamentano che lo smart working li priva del cartellino e li costringe a ricevere telefonate e email fuori orario di lavoro (giuro, è vero!), incuranti del fatto di ricevere a fine mese degli stipendi intonsi e garantiti quando c’è chi non ha da fare la spesa perchè, non lavorando, non guadagna una lira. Le industrie si ingegnano nel frattempo su come accelerare la riapertura facendo pressione sui media (leggendaria la notizia, per rianimare le vendite, che l’auto sarebbe il mezzo più sicuro per spostarsi) e spartirsi le ricche sovvenzioni che prima o poi, dallo stato o dall’Ue, arriveranno. Le banche si sfregano le mani, impazienti di esercitare la prostituzione creditizia (l’indimenticabile “gesto d’amore”, ma a pagamento, invocato l’altroieri dal già citato Giuseppi).
In breve, dietro la facciata dolorosa e tragica della pandemia, c’è anche l’ammuina tutta italiana, la filosofia che chiagne e fotte, di o Franza o Spagna, l’ideologia del raggiro, il gusto del furbismo.
Tranquilli: all’estero accade probabilmente lo stesso, nei limiti in cui norme e convenzioni sociali glielo fanno fare. Anche se loro sono probabilmente più astuti e scacciano da sè l’attenzione additando noi, che non facciamo nulla per non meritarcelo.
Perchè, come diceva un amico che forse qui si riconoscerà, ma che non cito, “homo homini lupus”: l’occasione fa l’uomo lupo!