La kermesse mugellana, avanguardia del movimento del “vino di montagna” toscoromagnolo, cresce in dimensioni ed ambizioni e potrebbe trovarsi presto a fare i conti con la necessità scelte radicali, ma non per questo negative.

 

Ad Appenninia Wine Festival, la kermesse che, a febbraio scorso, per il quarto anno ha raccolto i produttori di vino con le vigne a cavallo dell’Appennino, stavolta hanno fatto le cose in grande: quasi 250 etichette presentate da 57 espositori, il tutto – qui il gran colpo di teatro – schierato in una location di grande fascino e praticità logistica come i box dell’Autodromo del Mugello, a Scarperia.

Trovata altamente scenografica, quella degli organizzatori di Aprovimu, l’associazione dei produttori vinicoli del Mugello. Che però non deve mettere in ombra il valore strettamente enoico dell’appuntamento, avanguardia di un movimento, quello del “vino di montagna”, notevolmente cresciuto nel tempo – sia nei numeri che nella qualità – un po’ come opportunità economica e un po’ come conseguenza climatica.

Al di là dei numerosi assaggi interessanti che abbiamo potuto fare (e di cui via via riferiremo altrove), sono due però le notazioni generali da mettere in evidenza.

La prima è la sensazione che l’evento, riunendo sotto la medesima bandiera identitaria una categoria spargola ma numerosa di vignaioli, dal piccolo al microscopico, molti dei quali però strutturati sotto il profilo distributivo e commerciale, possa costituire una sorta di prova generale per la creazione di una massa critica e di una forza di pressione capaci di orientare le politiche vinicole regionali e i mercati. Le avvisaglie si vedono e hanno già trovato qualche futuribile eco.

La seconda, di contro, è che questa componente identitaria possa presto cominciare a mostrare la corda quando, come in qualche modo è emerso anche dal convegno del 9 febbraio, l’ombrello semantico fornito dall’aggettivo “appenninico”, finora concettualmente riferibile all’area compresa tra l’Emilia Romagna e l’Umbria, ovviamente con la Toscana al centro, dovrà per forza di cose essere esteso fino ad abbracciare la viticoltura praticata alle falde dell’intera catena montuosa. Un arco che esula quindi dal distretto toscoromagnolo e si allunga dalla Liguria alla Calabria, attraversando regioni e denominazioni ben consolidate e dotate di un proprio, storico avviamento. Si tratta di convivenze compatibili, in termini di marketing enoterritoriale?

Con un ulteriore passaggio critico: la palese contraddizione tra l’idea di “montagna” che il termine Appennino per forza di cose evoca nel consumatore e una proposta vitivinicola che sotto quel nome si sviluppa in buona parte anche su “terre basse, ben inferiori alla quota 500 che determina la natura eroica e montana dei vini e dei territori.

Da qui, forse, una scelta di indirizzo che gli organizzatori potrebbero essere chiamati a fare già dalla prossima edizione. Scelta plausibile anche alla luce del trend commerciale confermato con prepotenza dagli stessi espositori: Appenninia non è più o non è solo, come forse si voleva all’inizio, un vetrina dedicata a una clientela professionale di enotecari e di ristoratori, ma pure un solido approdo per la vendita dei prodotti ai consumatori. Non tanto alla shop della fiera, ma tramite l’opportunità, tra i banchi, del contatto diretto tra cliente e produttore. Più d’uno ha espresso preferenza per questa formula, descritta da qualcuno come “più interessante del canale horeca”, con relativi auspici di potenziamento.

C’è di che ritirarsi (in montagna, si capisce) a meditare.