I giornalisti non in pari coi crediti vanno espulsi o sospesi? L’insofferenza verso l’obbligo e la polemica in corso fanno da paravento a magagne più antiche e a una professione in crisi.
Le colpe ci sono. E tante. Ma forse siamo arrivati al punto in cui cercare i responsabili sarebbe un esercizio inutile, perchè non aiuterebbe risollevare le sorti di una categoria da anni in caduta libera. Parlo di quella dei giornalisti, ovviamente. Senza addentrarsi nell’ancora più spinosa questione del giornalismo.
Infuriano le polemiche perchè in audizione presso la commissione Giustizia del Senato, nell’ambito dei lavori sulla riforma delle professioni, il 14 gennaio scorso il presidente dell’Ordine, Carlo Bartoli, ha proposte la radiazione e sospensione dei colleghi in ritardo o del tutto inadempienti verso l’obbligo di accumulo dei crediti professionali. Pare siano addirittura il 65% del totale: davvero un fenomeno-monstre, che denuncia un malessere profondo.
La faccenda è però molto più complessa di come viene presentata e, soprattutto, di come viene percepita.
Proviamo ad andare per ordine (non è un gioco di parole).
Bartoli non può esimersi da minacciare sanzioni.
Primo perchè l’obbligo della formazione non è un capriccio suo o dell’OdG, ma viene dalla legge la quale, recependo le disposizioni comunitarie, lo impone a tutti gli iscritti di qualunque ordine professionale, giornalisti inclusi.
Secondo, perchè oggettivamente non si può dire che l’OdG negli anni non sia stato blando nel pretendere l’adempimento da parte degli iscritti: la regola vige dal 2016 e le tolleranze, le proroghe, gli avvisi bonari, a volte perfino paternalistici agli inadempienti cronici o totali sono stati infiniti.
Terzo perchè, checchè se ne dica, tra corsi on line e in presenza, quasi sempre gratuiti, l’offerta formativa è stata enorme.
Fin qui l’aspetto formale.
Poi c’è quello sostanziale. E qui non zoppica l’Ordine, ma l’intera categoria.
Primo, perchè la nostra è l’unica categoria ordinistica per entrare nella quale, almeno da pubblicisti (l’80% del totale), non si deve dimostrare nè imparare nulla. Insomma si entra senza formazione e non si è mai vista al mondo una professione che si impara non prima, ma dopo aver cominciato a farla. E con le inevitabili lacune. Anche perchè, primo bis, essa si è a tal punto involuta che sono scomparsi anche i maestri. Quelli che, bacchettandoti nelle redazioni, te la insegnavano. In pratica, più che aggiornamento bisognerebbe fare formazione da zero. Inevitabile quindi che chi è già entrato ritenga di sapere tutto e, ignorando invece di sapere poco, trovi l’obbligo formativo odiosamente inutile oltre che, a volte, incomprensibile. Nonostante le bocche di tanta gente aperte per la sorpresa durante certe “rivelazioni” apprese ai corsi dimostrino il contrario.
Secondo: la nostra è una professione di fatto liberalizzata da decenni ed è comprensibile che un giornalista difficilmente sopporti di dover adempiere a obblighi che gli abusivi, peraltro suoi concorrenti sul campo, non sono tenuti a rispettare. La liberalizzazione sostanziale è dovuta a vari fattori convergenti e concomitanti, qui su AF già infinite volte sottolineati: irrisoria facilità di accesso (vedi sopra), impunità dell’esercizio abusivo, cronica mancanza di revisioni degli albi, mancato controllo del rispetto della deontologia e relativa mancanza di sanzioni, accettazione della parificazione, presso l’opinione pubblica, della figura del giornalista con quella dell’influencer, del blogger, del pr, del dilettante, dell’aspirante, con conseguente azzeramento del prestigio e del rispetto verso la categoria medesima. Dunque perchè, si chiedono i colleghi, mi devo sottoporre alla trafila dei crediti quando un sacco di gente fa il mio mestiere senza titoli nè obblighi e anzi assai più lucrosamente di me?
Terzo: i redditi dei giornalisti vanno a picco da lustri e lustri. Di quelli dei contrattualizzati, intendo. Perchè quelli degli altri, gli autonomi di ogni ordine e grado (ossia il 75% del totale), sono pressochè azzerati da tempo e non a caso gran parte dell’informazione, o presunta tale, è in mano a dilettanti senza titolo che lavorano gratis o addirittura pagano per lavorare. Donde il giusto interrogativo: perchè dovrei perdere tempo e denaro per un’inutile formazione?
Ed eccoci, quarto, ai corsi. Ne vogliamo parlare? Io ne ho frequentati e pure organizzati decine. Il livello medio (quindi con lodevoli eccezioni) è deprimente, sia per povertà di contenuti, sia per spessore dei docenti, sia per nullità di interesse e di livello di consapevolezza dei discenti. Il risultato è che chi è professionalmente adeguato, si annoia a morte e maledice chi gli impone di perdere tempo ad ascoltare il risaputo, chi è una mezza calzetta si annoia lo stesso, capisce poco o nulla di ciò di cui si parla e che non gli serve, non impara niente, pensa solo a prendere i crediti e nel frattempo spippola al cellulare.
Si può dunque dare torto a chi contesta l’obbligo formativo? No, non si può.
In questo fosco quadro non manca di contribuire con il consueto tocco surreale l’Fnsi, il sedicente sindacato dei giornalisti: la linea di Bartoli non si può condividere, dice il segretario generale Alessandra Costante, perchè la sanzione a carico degli inadempienti dev’essere “calata nella realtà“.
Viene spontaneo chiedere alla sindacalista di quale realtà stia parlando. Eccola: “I ritmi lavorativi dei giornalisti oggi sono molto serrati. Spesso i colleghi seguono la formazione obbligatoria nei giorni di riposo oppure di ferie“. Forse ineccepibile, se riferito al 20% della categoria, quella dei redattori che peraltro, in quanto tali, di formazione sono i meno bisognosi. Della formazione del restante 80% l’Fnsi non sembra però voler interessarsi. Non a caso, non lo rappresenta affatto.
Formazione in una professione deformata. Anzi, in disfacimento.
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