di LUCIANO PIGNATARO
Caulino 2018 Falanghina Campania Igp Alois: servito alla festa per il 90° del fondatore Michele, dimostra una freschezza disarmante.
Credo ci siano pochi bianchi in Italia la cui percezione si sia radicalmente modificata nel corso degli anni. Parlo della Falanghina, presente in tutte e cinque le province campane ma con la dovuta precisazione ancora sconosciuta ai più: la Falanghina dei Campi Flegrei non ha nulla in comune con la Falanghina del Sannio, si tratta in pratica solo di due uve diverse che hanno lo stesso nome.
La prima è diffusa soprattutto fra Napoli e Pozzuoli, da giovane è fresca e profumata ma alcune vinificazioni di giovani produttori hanno dimostrato che evolve nel tempo in maniera molto interessate. L’altro biotipo ha origine a Bonea, un paesino della provincia di Benevento dove alcuni appassionati, capitanati dall’ingegnere Leonardo Mustilli, seguendo le tracce dell’agronomo dell’800 Frojo, prelevarono le marze e la vinificarono in purezza imbottigliandola per la prima volta nel 1979.
Questo secondo biotipo, sarebbe meglio usare il termine vitigno, si è poi diffuso, per vicinanza territoriale, a Nord verso il Molise dove è diventato il bianco principale, a Ovest verso la Daunia e la Capitanata in Puglia e infine nelle vicine province di Caserta e Avellino. Diciamo che solo la provincia di Salerno è quasi estranea a questa diffusione.
Numerose vinificazioni hanno confermato la poliedricità di questo vitigno: di annata, spumantizzato (charmat e metodo classico), passito. La sua arma vincente è la freschezza. Molti hanno cominciato ad allungare i tempi della uscita commerciale e i risultati sono molto interessanti, così come è avvenuto per gli altri due bianchi del tridente campano, il Fiano e il Greco.
Questa lunga premessa è necessaria per spiegare il motivo che mi ha spinto a parlare del Caulino 2018 di Alois in questa rubrica. Uva coltivata nell’Alto Casertano a vocazione rossista (Casavecchia e Pallagrello Nero) e dove comunque il bianco è soprattutto Pallagrello Bianco. Mai pensata per essere consumata dopo otto anni, la ritroviamo in una bella occasione conviviale, i festeggiamenti per i 90 anni di Michele Alois, fondatore dell’azienda, erede di una famiglia di imprenditori impegnata nella lavorazione della sete a San Leucio che nel 1999 produce le prime etichette. Oggi in azienda lavorano i due fratelli Massimo e Gianfranco e il nipote Michele mentre in cantina ci sono i giovani enologi Giovanni Piccirillo e Alessandro Fiorillo formati in Francia.
Il Caulino 2018 viene servito come aperitivo alla festa, organizzata da Mimmo De Gregorio, patròn dello Stuzzichino a Sant’Agata dei Due Golfi con tanti protagonisti della ristorazione della Penisola Sorrentina.
Lavorato in acciaio, come la maggior parte dei vini campani, messo in commercio l’anno successivo alla vendemmia, il Caulino si è presentato a questo appuntamento con una freschezza olfattiva e palatale disarmante. Ancora sentori agrumati freschi con sbuffo di note fumé, un naso complesso, cangiante mentre il sorso conquista immediatamente la bocca grazie ad una vivacità incredibile, ancora energico, vivo, sapido e freschissimo, sino al finale molto lungo e preciso. Insomma, un vino importante che dimostra ancora una volta sia le potenzialità di questo territorio purissimo che quelle del vitigno bianco principe della Campania. Un risultato su cui si può lavorare e ottenere davvero straordinari risultati anche commerciali: basta crederci.
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