(Agri)chef, come amava definirsi, gastronomo, gaudente, imprenditore, saggiamente ex giornalista nonchè figlio di cotanto padre, Davide di Corato è mancato in modo assurdo. Due mesi fa cantavamo insieme le canzoni degli Squallor. Non ho parole.
Non so che dire, non so che scrivere. Tutte le morti sono dolorose, ovviamente, ma quando sono assurde acquisiscono una dimensione surreale che ti prende alla gola, ti scioccano e ti fanno l’effetto di quelle bombe scoppiate così vicino da lasciarti intontito per settimane, o mesi, o per sempre.
La scomparsa di Davide di Corato è tra queste. Talmente assurda che mi mancano le parole, mentre il ricordo di quasi quarant’anni di zingarate vissute insieme mi torna su e mi soffoca.
Neanche due mesi fa abbiamo cantato in coppia, davanti a un pubblico più sconcertato che divertito, un inno della musica demenziale come “38 luglio” degli Squallor, tanto per dire qual era lo spirito che ci legava, mai dissoltosi nonostante le distanza fisica e la svolta professionale che ti aveva portato dal computer ai fornelli. Già, i computer. Ti ricordi le serrate trattative condotte insieme per assicurarsi i primi portatili, o quando mi ospitavi a casa tua per le fiere nella febbrile Milano degli anni ’90? E l’indimenticabile, anch’essa surreale e anzi insuperabile, “vacanza di lavoro” a Treviso, anno 1993, di cui ogni volta che ci siamo rivisti abbiamo continuato a ridere fino alle lacrime, compresa l’ultima, dopo che mi avevi spiegato come avevi cucinato il salmone e di come volevi fare il rinfittimento dell’oliveto che stavi progettando nel tuo agriturismo in Sicilia, la tua nuova patria?
Me lo dicevi con quella tua classica espressione sorniona, semiseria, un po’ ammiccante. E così si sghignazzava di nascosto con le spalle che sobbalzavano, non senza rilanciare qualche malizia, qualche punturina ai danni del malcapitato di turno finito nel nostro mirino e sotto le tue rivelatrici alzate di sopracciglia.
E ora tutto quello che, nello smarrimento assoluto, so fare, è ravanare alla meglio sul cellulare per ritrovare qualche nostra foto e buttare giù due righe cercando di pensare il meno possibile al motivo per il quale lo sto facendo. Ma è dura. Impossibile. Penso a Cristina, ai tuoi progetti e a tutto il resto.
E mi fermo qui.
Addio caro amico.
