colpi d ascia

La vita, la professione e il mondo offrono quotidianamente ottimi motivi per arrabbiarsi. Qui una silloge di commenti sparsi: a base di vetro e sabbia, s’intende

article placeholder

LE MEZZE CONOSCENZE

Non c’è niente di male a essere poco o punto informati su qualcosa, è anzi la normalità. L’importante è esserne consapevoli, cioè sapere di non sapere tutto o di non sapere abbastanza.

Dall’odierna frequentazione dei social, come un tempo dei bar (che però avevano un raggio d’azione di quartiere e non universale come FB e simili), pare invece solare la sindrome contraria: ossia che basta un’infarinatura, anche molto superficiale, di qualcosa per convincere chiunque di saperne a sufficienza o, comunque, quanto necessario ad esprimere opinioni e giudizi apodittici. I quali, essendo poi presi ad esempio e ad argomento da altri disinformati, con un drammatico effetto volano moltiplicano la circolazione delle baggianate, nonché, nei primi e nei secondi, la convinzione della loro fondatezza.

Beati loro e poveri noi.

article placeholder

LA SILENZIOSA MA SACROSANTA PROTESTA DEL CORRIERE

E’ incredibile e inaccettabile che nel 2026 esistano ancora forme surrettizie di schiavismo annidate in tanti settori del lavoro. Prendiamo il caso dei corrieri. Ha fatto benissimo quello arrivato poco fa a casa mia che, aperto il portellone del furgone, ha preso il pacco e l’ha lanciato al di là del cancello, incurante del contenuto.
Che diritto avevano il datore di lavoro, il mittente, o perfino io – pur tutti paganti, sia chiaro – di pretendere che il tizio depositasse il tutto delicatamente o, cosa da veri crumiri, addittura avvisasse della consegna suonando il campanello? Alzare il braccio e premere il pulsante è un’attività notoriamente usurante, impegnativa cardiologicamente e fonte di ernie, a cui la medicina del lavoro ha dedicato tomi su tomi di ricerca.
Suonare il campanello, oltre a richiedere uno sforzo disumano, è inoltre fuori mansionario, un extra che va sindacalmente garantito attraverso la corresponsione di un’indennità riconosciuta contrattualmente.
Che diamine!
article placeholder

IL GIOVANE BAMBINO E LA FIGLIA FEMMINA

Un’accuratissima cronaca giornalistica mi informa che un bambino partecipante a un evento sportivo è “giovane”. Notazione fondamentale, qualora si fosse rischiato di pensare o credere che potesse aver partecipati un bambino “vecchio”. Quindi meglio mettere le mani avanti e chiarire. Come quando si dice “figlia”: è opportuno specificare, a scanso di equivoci, che trattasi di “femmina”. Hai visto mai che fosse una figlia maschio?

article placeholder

GLI AMARI RISVEGLI

L’Epifania tutte le feste le ha portate via, ma il risveglio odierno mi ha confertito due certezze.
La prima è che le immagini create con l’IA sono talmente finte e pericolosamente piene di luoghi comuni da risultare stucchevoli, irritanti e, se pubblicitarie, controproducenti.
La seconda è che l’accavallarsi di eventi di cronaca e di politica da commentare si è fatto così serrato che ai tuttologi da social non basta più una notte per tramutarsi da esperti di uno a esperti dell’altro e ciò li mette parecchio in difficoltà.
Era ora.
article placeholder

ARRIVA LA BEFANA CON LO SPAM NELLA CALZA

Ma, secondo voi, se uno cerca idee, suggerimenti, consigli su qualcosa di particolare che gli sta a cuore anche economicamente, lo fa spammando ai quattro venti, semisconosciuti compresi, lo stesso messaggio copiaincollato? E il giorno dell’Epifania, oltretutto? Io, boh…
Qui altro che dolciumi o carbone.
article placeholder

UN’EPIFANIA ANTICIPATA E DOPPIA

Anche stavolta i re magi vengono anticipati da arrivi inquietanti e nefasti: gli ex esperti d’antincendio divenuti, nel giro di una notte e dopo affannoso sfogliamento degli atlanti per rinfrescarsi la memoria, esperti di geopolitica petrolifera e quelli che, con la befana che deve ancora mettere in moto la scopa, già rompono i santissimi con le reclame di san Valentino. Ad ambedue auguro il peggio.

article placeholder

IO (NON) C’ERO

Vado pazzo, si fa per dire, per la messe di persone dei più svariati orientamenti che, senza averci mai messo piede, su fb blaterano di paesi che non hanno mai visto o augurano agli altri di andarci, per provare ciò che, loro, non hanno mai provato e di cui, quindi, parlano, per ben che vada, a vanvera. Una prece.

article placeholder

IL LATITANTE MUTISMO.

Tra i peggiori effetti collaterali della catastrofe di Crans Montana, pur risibili rispetto all’eccezionale gravità dell’accaduto, si capisce, ci sono da registrare sia la subitanea trasformazione in esperti di antincendio di quelli che fino a un’ora prima pontificavano di oroscopi, sia l’incontinenza che li spinge a esporre sui social le manifestazioni della loro non richiesta competenza anzichè ad osservare un sano e rispettoso mutismo.
article placeholder

IL SENSO DELLA LINGUA

Ci saranno i soliti minimizzatori ai quali, per vezzo o ignoranza, le imprecisioni piacciono, quando addirittura non le considerano evoluzioni virtuose nel cammino progressivo e luminoso del linguaggio.
Io invece penso che le parole abbiano un senso e che, accanto ai puri sinonimi, la ricchezza di una lingua consista anche nella ricchezza delle sue sfumature.
Ciò per dire che ho appena letto del ritrovamento dei resti di una poveretta “divorata” da uno squalo.
Eh no. O la poveretta è stata uccisa da uno squalo, che non se l’è mangiata tutta e allora è normale trovare dei resti, oppure lo squalo se l’è divorata, nel senso che non è avanzato nulla. Ma divorare qualcosa di cui rimangono avanzi non è possibile, linguisticamente parlando.
A me, che sono una persona normale e parlo normale, pare solare.
Com’è possibile che chi lavora in un giornale non percepisca la differenza?
article placeholder

QUANDO è TOO MUCH, è TOO MUCH

Il vaso trabocca la mattina di Natale e forse, a suo modo, pure questo è un regalo. Ma leggere sui titoli di apertura di un celebre quotidiano che una persona ne “ghosta” (scritto pure senza le virgolette) un’altra supera ogni soglia di sopportabilità. Qualunque cosa significhi la ridicola espressione.

Abbiamo (quasi) accettato, per anni, l’uso di pseudoverbi come postare, performare (aaagh!), chattare e altre decine di insulsi termini giovanil-digital-angolbeceri, anzi beceri e basta, ma questo è troppo.

Se già, in Toscana, “Gosto” (senz’acca) è non solo il diminutivo di Agostino, ma sinonimo di sempliciotto campagnolo, dire che “ghosto” qualcuno è linguaggio degno del Gosto suddetto.

Restiamo dunque umani e, soprattutto, civili.

Almeno per Natale. Anzi, per Crismas, come dicono quelli che hanno viaggiato.