colpi d ascia

La vita, la professione e il mondo offrono quotidianamente ottimi motivi per arrabbiarsi. Qui una silloge di commenti sparsi: a base di vetro e sabbia, s’intende

IL CONTROSORPASSO FERROVIARIO DELLA VITA.

Ogni volta che transito in una stazione non posso fare a meno di constatare come il mondo corrente, del quale si tenta disperatamente di tenere il passo, mi abbia superato senza possibilità di recupero. Per non dire doppiato.
È superfluo interrogarsi, e ancora più lo è discettare, se la direzione intrapresa sia giusta, o porti da qualche parte, perché tanto non ci arriveremo mai e anzi, da buoni doppiati, ci areneremo ben prima.
Cionondimeno, è difficile non provare disagio al cospetto di queste mandrie masticanti pronte a farsi rapinare da gastronomie di plastica. E di avamposti di un turbocommercio della cianfrusaglia compulsiva insediatosi inesorabilmente laddove, un tempo (ma mica tanto), stazionavano viaggiatori stanchi, vagabondi infreddoliti, lavoratori rassegnati, ritardatari ansiosi. Ovunque, un’elettronica volgare e unicamente mercantile. Giornali relegati in un angolo come, una volta, i cessi.
Non credo che si viaggiasse meglio quando si viaggiava peggio, ma di sicuro si viaggiava diversamente.

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L’INFALLIBILITÀ DI FACEBOOK

In decenni di frequentazione ho maturato la convinzione che FB sia uno strumento utilissimo. Ma per ragioni esattamente opposte a quelle per le quali mi ero avvicinato.
Indotto a entrare dalla prospettiva di ritrovare vecchi amici e conoscere gente interessante, ho scoperto pian piano, con crescente rassegnazione, che questo social costituisce soprattutto, invece, un’arma infallibile per individuare – perdonate la franchezza – le peggiori teste di cazzo. Le quali, oltretutto, non sono soltanto quantitativamente tracimanti, ma ovviamente non sanno di esserlo e non hanno neppure l’alibi della giovane età.
Giornalisticamente parlando, è una fonte inesauribile di idee, spunti e notizie. La maggior parte delle quali fornite involontariamente. Basta mettersi alla finestra e aspettare.

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LE GONDOLE IN ARNO

Sarà senza dubbio vero che la pubblicità è l’anima del commercio, che pecunia non olet, che è bello ciò che piace e che il lavoro onesto va sempre rispettato, ma vedere una vera o presunta trattoria fiorentina che si reclamizza con la foto di uno vestito da gondoliere e promette fiaschi di vino a volontà mi fa comunque un certo effetto.

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IL COPIONE DELLE OLIMPIADI (E DELLA CERIMONIA)

Lo dico chiaro e tondo: ne capisco la logica e forse anche l’inarrestabile inerzia, ma a me il dilagante ricorso alla leva sportiva come strumento di marketing territoriale fa venire l’orticaria a prescindere, perché mette troppo in secondo piano lo sport. Anzi, lo usa proprio e quasi lo oscura.

E le Olimpiadi non sono solo un’espressione del fenomeno, ma costituiscono il massimo esempio della deriva pubblicitaria e commerciale che trasforma tutto in uno spettacolo più o meno recitato, di cui gli atleti – che restano atleti, intendiamoci, ma in posizione di totale vassallaggio – accettano di essere attori o comparse.

Non sono così ingenuo o radicale da credere o pensare, per carità, che in un mondo globale lo sport professionistico possa fare a meno degli sponsor, ma diciamo che c’è un limite del quale non trovo ormai più traccia.

La cosa si riflette pure sulla cerimonia di apertura e sul giudizio che se ne può dare, come lo si dà a un qualunque spettacolo: bello o brutto, riuscito o meno in funzione degli obbiettivi che aveva.

In generale mi è parso dispersivo: considerata la formula “diffusa” (su cui resto perplesso per le ragioni dette in apertura) era inevitabile che risultasse tale e che le sedi minori risultassero avvolte in un grigiore ai limiti della tristezza. Mi è anche sembrato troppo “varietà” televisivo, con il rito degli ospiti, dei balletti, dei cantanti stranieri. Siparietto Mattarella-Rossi stucchevole e abbastanza prevedibile. Tutto troppo “spettacolo”, appunto.

Oggettivamente inqualificabili e inspiegabili, poi, il commento Rai e il playback della Pausini.

A proposito (e chiudo): ma sono solo io a trovare insopportabile l’ormai inestirpabile vezzo, di limpida importazione ameregana, di far eseguire l’inno nazionale prima di ogni evento sportivo, oltretutto affidandolo alle fantasiose e spesso cacofoniche versioni di cantanti pop?

Fine dell’invettiva e diamo finalmente spazio allo sport vero, lasciando da parte la sua componente circense.

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UFFICIO RECLAMI ALL’ITALIANA. ANZI, ALL’ITALO

Magari all’estero fanno lo stesso, non so, però trovo tra il grottesco e l’irritante – ossia un furto – il fatto che per parlare con l’assistenza del noto vettore ferroviario la chiamata sia a pagamento. Se chiamo il numero dedicato a chi ha già acquistato un biglietto vuol dire che sono un cliente e che, in quanto tale, non ho alcun interesse a protestare o a telefonare senza motivo, quindo ho una reale necessità di chiarimenti. Se me li fai pagare oltre un euro al minuto, oltre allo scatto alla risposta (che dà il via all’addebito, bontà loro), vuol dire che in sostanza mi stai praticando un sovrapprezzo ex post a quello del biglietto stesso. Furbi? Ladri? Cialtroni? Fate vobis, ma non va bene.
PS: l’assistenza poi è stata cortese, efficiente e veloce ma questo non c’entra, mi pare il minimo dopo che ho pagato oltre 100€…
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LA MALIZIA DEL PARAOCCHI

LA MALIZIA DEL PARAOCCHI.

Il paraocchi è una cosa abbastanza insopportabile, ma ben capisco che, di norma, chi lo indossa non sappia di indossarlo e quindi si comporti di conseguenza: con un campo visivo limitato.

Poi però ci sono quelli – tanti – che non solo il paraocchi sono consapevoli di averlo, ma ne sono pure lieti, perché esso costituisce la tranquillizzante difesa contro ogni dubbio che la realtà possa porgli, contro i punti di vista opposti ma ben argomentati, contro le rassicuranti certezze mandate a memoria con pavloviano riflesso.

Infine c’è il paraocchi peggiore di tutti, quello dei militanti, che uniscono l’obbedienza cieca del servo alla malizia strumentale dell’ipocrita.

E sulla vicenda di Askatasuna ne sto scoprendo a caterve.

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GIORNALI E GIORNALINI

Dice chi la sa lunga che FB è il social della gente matura (diciamo). Mi sembra quindi che sia un buon strumento di indagine per scandagliare l’umore medio di chi staziona oltre i trenta e ha i piedi per terra, insomma di chi è in età da lavoro.
Mi soffermo spesso, per ovvie ragioni, sui post di natura professionale.
E li ho conferma di ciò che già so: una grandissima parte degli aspiranti giornalisti o dei principianti – non tutti, sia chiaro – non desidera lavorare per un giornale, ma per un giornalino.
La differenza non sta né nelle dimensioni, né nel prestigio, né della diffusione della testata o in altro. E nemmeno nel fatto che essa sia cartacea, on line o che.
Ciò che principalmente si cerca sono collaborazioni poco impegnative. Sotto ogni punto di vista: della responsabilità, del tempo che richiedono, dell’impegno e delle capacità necessarie. Pure il compenso è teoricamente importante, sì, ma fino a un certo punto. Molti appaiono disposti a lavorare gratis, altri in cambio di somme che non daranno mai loro non soltanto la possibilità di campare, ma nemmeno di pagare le spese.
Insomma, il quadro che emerge è di una professione orientata al dilettantismo, se non al passatempo. Non ci sarebbe niente di male, se non fosse l’esatto contrario di ciò che è e dovrebbe essere.
Praticamente il giornalismo sta diventando l’unico hobby al mondo ad avere un proprio ordine professionale. E questo non è molto rassicurante.
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IO SONO UNA PERSONA IMPORTANTE E VOI NON SIETE UN CAZZO (cit.)

Mettetevi l’anima in pace: io son io, per dirla col Marchese del Grillo, e voi non siente un cazzo.
Pensate un po’: in tre giorni mi hanno scritto in privato prima “Mrs. Olena Zelenska, I am the First Lady of Ukraine”, ipsa dixit, per affidarmi in totale libertà d’azione un investimento da 18 milioni dollari [il 25% dei quali destinati a me, a prescindere, ci ha tenuto a precisare, dal mio credo religioso(!)] visto che nel suo paese la situazione è difficile e, dopo, anche addirittura il “capo della squadra mobile di Roma”, per notificarmi direttamente, bontà sua, un mandato di arresto a mio carico, invitandomi però, sempre bontà sua, a leggerlo attentamente e a inviargli la mia risposta il prima possibile.
Ho replicato a Olena che ci pensavo e al poliziotto, ringraziando per il preavviso, che scappavo.
Ho fatto bene?
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SE ANCHE IL CORTILE È A PAGAMENTO

Una delle cose che più mi turbano della società contemporanea è come qualsiasi fenomeno sociale o tendenza venga ormai subito trasformato in un’industria del consumo. Ossia non che ci sia chi, come in fondo è logico, abbia l’intuizione di trarre un vantaggio economico da un’opportunità (si chiama senso degli affari, o impresa), ma che ci sia chi e solo chi la possa, in virtù del sistema, trasforma istantaneamente in un’attività organizzata, strutturata, capitalizzata e, in fin dei conti, industriale. Questo modello non lascia spazio ad altro e divide il mondo in due: chi gestisce il settore dettandone in toto regole e dinamiche e chi, se vuole usufruirne, deve per forza diventare cliente.

È lo stesso principio per cui, se vuoi giocare a calcio, non puoi più farlo in strada o in cortile e con le scarpe che indossi, ma solo in campi a pagamento e con le scarpe che il sistema ti impone.

Ciò accade a ogni livello, perfino il più semplice. La bicicletta, la corsa e pure il camminare sono diventati universi consumisticamente organizzati, ai quali è difficile sottrarsi o dai quali è complicato tenersi indipendenti.

Non va bene.