Una delle cose che più mi turbano della società contemporanea è come qualsiasi fenomeno sociale o tendenza venga ormai subito trasformato in un’industria del consumo. Ossia non che ci sia chi, come in fondo è logico, abbia l’intuizione di trarre un vantaggio economico da un’opportunità (si chiama senso degli affari, o impresa), ma che ci sia chi e solo chi la possa, in virtù del sistema, trasforma istantaneamente in un’attività organizzata, strutturata, capitalizzata e, in fin dei conti, industriale. Questo modello non lascia spazio ad altro e divide il mondo in due: chi gestisce il settore dettandone in toto regole e dinamiche e chi, se vuole usufruirne, deve per forza diventare cliente.
È lo stesso principio per cui, se vuoi giocare a calcio, non puoi più farlo in strada o in cortile e con le scarpe che indossi, ma solo in campi a pagamento e con le scarpe che il sistema ti impone.
Ciò accade a ogni livello, perfino il più semplice. La bicicletta, la corsa e pure il camminare sono diventati universi consumisticamente organizzati, ai quali è difficile sottrarsi o dai quali è complicato tenersi indipendenti.
Non va bene.
