Lo ammetto, non ho mai amato il mio corregionale e pressochè coetaneo Leonardo Pieraccioni. O meglio, non ho mai amato il suo cinema infarcito di una finta e un po’ becera koinè pseudotoscana a facile uso cinematografico.
Era da qualche tempo però che il regista fiorentino dava segni di resipiscenza.
L’ultima, e migliore, l’ha data oggi con una intemerata, subito rimbalzata sulla stampa, contro la grottesca procedura burocratica necessaria per attivare la CIE, che ho scoperto essere l’orrendo acronimo di Carta d’Identità Digitale: un ridicolo budello di pin, puk, indovinelli, click e altre idiozie tecnologiche oltretutto irritantemente gabellate (al pari di non meno insopportabili burocrazie) come risultato di una “semplificazione” che di semplice ha solo il profondo provincialismo di cui è figlia.
Quindi bravo Pieraccioni.
E poi andate a raccontare a mio zio Carmelo che deve prima digitare (“digitare?”) la metà del PUK che è stampato su un foglio, poi un’altra metà che è stampata su un altro e infine leggere e accettare certi misteriosi regolamenti, sennò tutto l’iter va all’aria, sempre che la connessione regga.
Lui, ben che vada, lì per lì scambierà la CIE per la CEI, ossia la Conferenza Episcopale Italiana, e già non sarà contento. Dopodichè ci schiaccerà sopra una bella madonna, maledirà il mondo e manderà tutto a quel paese. Con buona pace dei vescovi.