Lo dico chiaro e tondo: ne capisco la logica e forse anche l’inarrestabile inerzia, ma a me il dilagante ricorso alla leva sportiva come strumento di marketing territoriale fa venire l’orticaria a prescindere, perché mette troppo in secondo piano lo sport. Anzi, lo usa proprio e quasi lo oscura.
E le Olimpiadi non sono solo un’espressione del fenomeno, ma costituiscono il massimo esempio della deriva pubblicitaria e commerciale che trasforma tutto in uno spettacolo più o meno recitato, di cui gli atleti – che restano atleti, intendiamoci, ma in posizione di totale vassallaggio – accettano di essere attori o comparse.
Non sono così ingenuo o radicale da credere o pensare, per carità, che in un mondo globale lo sport professionistico possa fare a meno degli sponsor, ma diciamo che c’è un limite del quale non trovo ormai più traccia.
La cosa si riflette pure sulla cerimonia di apertura e sul giudizio che se ne può dare, come lo si dà a un qualunque spettacolo: bello o brutto, riuscito o meno in funzione degli obbiettivi che aveva.
In generale mi è parso dispersivo: considerata la formula “diffusa” (su cui resto perplesso per le ragioni dette in apertura) era inevitabile che risultasse tale e che le sedi minori risultassero avvolte in un grigiore ai limiti della tristezza. Mi è anche sembrato troppo “varietà” televisivo, con il rito degli ospiti, dei balletti, dei cantanti stranieri. Siparietto Mattarella-Rossi stucchevole e abbastanza prevedibile. Tutto troppo “spettacolo”, appunto.
Oggettivamente inqualificabili e inspiegabili, poi, il commento Rai e il playback della Pausini.
A proposito (e chiudo): ma sono solo io a trovare insopportabile l’ormai inestirpabile vezzo, di limpida importazione ameregana, di far eseguire l’inno nazionale prima di ogni evento sportivo, oltretutto affidandolo alle fantasiose e spesso cacofoniche versioni di cantanti pop?
Fine dell’invettiva e diamo finalmente spazio allo sport vero, lasciando da parte la sua componente circense.
