Ogni volta che transito in una stazione non posso fare a meno di constatare come il mondo corrente, del quale si tenta disperatamente di tenere il passo, mi abbia superato senza possibilità di recupero. Per non dire doppiato.
È superfluo interrogarsi, e ancora più lo è discettare, se la direzione intrapresa sia giusta, o porti da qualche parte, perché tanto non ci arriveremo mai e anzi, da buoni doppiati, ci areneremo ben prima.
Cionondimeno, è difficile non provare disagio al cospetto di queste mandrie masticanti pronte a farsi rapinare da gastronomie di plastica. E di avamposti di un turbocommercio della cianfrusaglia compulsiva insediatosi inesorabilmente laddove, un tempo (ma mica tanto), stazionavano viaggiatori stanchi, vagabondi infreddoliti, lavoratori rassegnati, ritardatari ansiosi. Ovunque, un’elettronica volgare e unicamente mercantile. Giornali relegati in un angolo come, una volta, i cessi.
Non credo che si viaggiasse meglio quando si viaggiava peggio, ma di sicuro si viaggiava diversamente.