Bomba libera tutti e il pensiero d’improvviso si libra sulle vacanze: oddio ci sarà posto?, chiamiamo il bagnino, affittiamo il rustico.
Per carità, va anche bene.
Ma di colpo cala l’oblio su mascherine, recidive e rischi vari, quando non su un intero trimestre da incubo sotto ogni aspetto, sebbene nulla dimostri che il nemico sia sconfitto. L’importante (non dico che non lo sia, dico invece che non è l’unica cosa importante) è riprendere a fatturare, vendere, produrre, insomma tornare a fare la vita di prima. Acriticamente, magari. Senza un interrogativo, un sussulto di resipiscenza.
Già da ieri l’attenzione di vicini occhiuti e “assistenti civici” in pectore, ad esempio, era in netta attenuazione. Il distanziamentro sociale molto virtuale.
Siamo del resto nell’epoca in cui ci si è abituati a credere che per quasi ogni cosa ci sia un rimedio e che spesso si tratti di un rimedio definitivo. La medicina non cura, ma fa guarire tout court. Il topicida non dirada i ratti, ma risolve alla radice la piaga dei topi in cantina. E’ come il web applicato alla conoscenza: uno rimane ignorante, ma siccome c’è google può illudersi e illudere di essere momentaneamente colto. E’ la nozione di “definitivo effimero”.
Il concetto di precauzione sembra pertanto essere scomparso dalle menti e dal vocabolario. La precauzione è quell’accorgimento non risolutivo ma che, contribuendo comunque a contenere un rischio, consiste nell’esercizio della prudenza. Si può chiamarlo anche buon senso, o consapevolezza. In caso di incidente la cintura di sicurezza allacciata non garantisce di non morire, ma di sicuro ne riduce la probabilità.
Ecco, mi pare che con l’epidemia da Covid-19 si sia a questo punto: tutti hanno la cintura di sicurezza, ma pochi la allacciano. Come se a un frontale ci fosse sempre un rimedio.