La prolusione del presidente onorario Franco Scaramuzzi per l’inaugurazione del 262° anno accademico dei Georgofili è stata una frustata impietosa alle velleità di chi vagheggia un'”agricoltura paesaggistica” fuori dalla realtà.

Non che ci potessero essere dubbi sul fatto che, dopo 28 anni consecutivi di presidenza, l’oggi presidente onorario dei Georgofili, Franco Scaramuzzi, avrebbe colto l’opportunità della prolusione all’inaugurazione del 262° anno accademico, a lui affidata ieri in Palazzo Vecchio a Firenze, per togliersi qualche sassolino dalle scarpe.
O più che sassolino, tanto per restare in tema, qualche ingombrante zolla.
E non c’erano dubbi che l’avrebbe fatto con la signorilità e l’accuratezza che gli sono usuali.
Ma forse nessuno, nemmeno il perfido sottoscritto, si aspettava che gli strali dell’accademico fossero scagliati con una precisione tanto – come oggi si usa dire – chirurgica.
Del sistematico lavoro di maglio che, ormai da sessant’anni, costituisce “Il grande errore: demolire l’agricoltura” (questo il titolo della prolusione), Scaramuzzi ha individuato e illustrato infatti ogni singolo colpo, dalla cancellazione ideologica del mondo contadino al capovolgimento nel tempo della ratio stessa della Pac, dal consumo compulsivo del suolo all’inarrestabile polverizzazione fondiaria, che in Italia hanno portato a una progressiva contrazione dei redditi e quindi alla precarizzazione, quando non all’abbandono, dell’attività agricola. Tutte conseguenze dirette e sottilmente interconnesse di una, a volte e anzi spesso maliziosa, sottovalutazione del ruolo sociale, ecologico ed economico del settore primario. Conseguenze insomma di un artificio semantico. O addirittura di un voluto qui pro quo culturale.
Il progressivo allargamento della nozione di agricoltura, ha sostenuto il professore, legato al malinteso concetto della multifunzionalità della medesima, da un lato ha dato alle aziende agricole sempre più “libertà di svolgere attività specifiche di altri settori, dal commercio al turismo“, ma dall’altro proprio grazie a ciò ha innescato nelle campagne un’impropria “agrarizzazione” di tutte le attività, con relativa distribuzione di finanziamenti comunitari dedicati e la fatale crescita di esigenze edilizie, urbanizzazione e cementificazione.
Nè la vecchia definizione di agricoltura come insieme di “attività agrosilvopastorali“, nè la più moderna di “gestione razionale e tutela delle risorse rinnovabili della biosfera” paiono attagliarsi a questi “sconfinamenti“. Che risultano invece perfettamente funzionali, a parere di chi scrive, al dominante modello della globalità commerciale.
In questo contesto di confusione di funzioni e di scopi, l’ambiente rurale, o diciamo pure il paesaggio, è destinato ad essere relegato al ruolo di testimonial, a strumento di marketing. A spot propagandistico.
Che funge da perfetto punto di saldatura tra le istanze del mercato globale e quelle dell’utopia demagogica.
Ne fanno da corollario le spinte che, nel nome di un’idea estetico-idealistica del paesaggio, mirano alla sua cristallizzazione ope legis, insomma a un paesaggio pianificato e immobile.
Forse partendo dall’erronea convinzione che il mercato globale possa sempre fornire qualsiasi prodotto e in qualsiasi momento, qualcuno ha pensato che si potrebbe anche fare a meno dell’agricoltura e che le campagne potrebbero invece servire a conservare qualcosa che ricordi la natura, da offrire ai cittadini e ai turisti per il loro svago. Queste fantasie nascono sempre dall’utopistica idea di poter conservare il paesaggio agrario in essere o di poter architettare una sua ricostruzione storica, o creare una nuova ‘agricoltura paesaggistica“, ha chiosato Franco Scaramuzzi.
Ai cantori del contestato e recentissimo piano paesaggistico regionale (il Pit), ai suoi estensori, all’assessore all’urbanistica Anna Marson e ai tanti nostalgici di anni formidabili devono essere fischiate le orecchie.
Da domani, sul sito www.georgofili.it, il testo completo della prolusione.