Sotto la spinta della presunta “democratizzazione” del giornalismo (“todos caballeros!”) portata dal web e con la scusa di trovare “nuove” forme al suo esercizio, per dare a chi lo pratica “di che mangiare”, da tempo si è affermata una scuola di pensiero secondo la quale, pur essendo giornalisti, si potrebbe (restando tali) svolgere qualsiasi attività, comprese quelle ritenute da sempre incompatibili, coma la vendita di pubblicità, l’informazione “conto terzi” e altre cose che farebbero rizzare i capelli ai maestri della vecchia scuola. Una domanda, allora: ma di ciò i vertici dell’OdG e dell’Fnsi si sono accorti? E qual’è la loro posizione?

Oggi all’ora di pranzo, nella sede fiorentina dell’OdG, i massimi vertici nazionali dell’Ordine si riuniranno in conclave con i rappresentanti toscani dell’organizzazione e, all’auspicabile presenza di molti colleghi, discetteranno dei massimi sistemi della professione. A cominciare dalla disinvolta leggina (approvata all’unanimità) con cui il Consiglio regionale della Toscana ha recentemente “abolito”, in attesa di individuarne il nuovo direttore, la propria agenzia di stampa e, a cascata, delle questioni croniche del nostro giornalismo: precariato, freelance, deontologia. Tutti temi attuali che, nell’imminenza elettorale del sindacato, diventano naturalmente attualissimi.
Vabbè, così va il mondo: speriamo almeno che il dialogo sia proficuo.
Mi piacerebbe però (e se sarò presente lo proporrò di sicuro) che il sinedrio trovasse il tempo per occuparsi anche di un’altra faccenda strisciante, scomoda e quantomai preoccupante, di cui ho trovato traccia giorni fa (qui) nella newsletter del Lsdi (Libertà di stampa e diritto all’informazione: www.lsdi.it): quella dei cosiddetti giornalisti-imprenditori o, per dirla più elegantemente, del giornalismo imprenditoriale.
Lo ammetto: se la fonte non fosse stata così autorevole e se il dibattito che lo avvolge non fosse così ampio, argomentato e variegato, sarei subito saltato sulla sedia e mi sarei lasciato andare ad uno dei miei ricorrenti travasi di bile.
Visto tuttavia che la cosa pareva seria, ho preferito approfondire l’argomento con calma. Ciò che non mi ha fatto certo cambiare idea, ma mi ha spinto a capire ancora meglio a quale punto di (irreversibile?) degenerazione siamo arrivati nell’evolversi di quello che qualcuno, in altri tempi, bontà sua definì “il più bel mestiere del mondo”.
Dunque, che sarebbe il giornalismo-imprenditoriale? La faccio breve: è innanzitutto la liceità morale e giuridica, con il conseguente riconoscimento di dignità che deriva dalla condivisa legittimazione, di fare le vecchie, gloriose marchette. Insomma di mescolare informazione e pubblicità, di scrivere articoli compiacenti, di essere arbitro ma in realtà fare il giocatore, di mettere la propria penna al servizio di qualcuno, di portare occultamente acqua a certi interessi. Perfino di svolgere attivita’ – il tutto alla luce del sole e sempre sotto la cappa professionale – che con l’informazione non hanno nulla a che fare. Di avere in definitiva, pur rivestendo la qualifica di giornalista, finalità altre rispetto alla ricerca della verità, all’imparzialità, all’indipendenza. Ovvero ai pilastri etici della professione. Quelli sui quali si basano, o dovrebbero basarsi, la credibilità e il prestigio della categoria.
Il tutto nel nome del conclamato equivoco sulla presunta “democraticizzazione” che l’avvento del web avrebbe portato nell’accesso alla professione, dilatandone i confini ed allargandone da un lato le modalità, dall’altro i settori di attività: dall’informazione alla “comunicazione”. Insomma una versione riveduta e politicamente corretta del vecchio, caro “siamo tutti giornalisti” (vi ricordate “todos caballeros”? Ecco, quello).
Detto così è un po’ brutale, lo so. Gli argomenti con i quali illustri esperti della materia si sono affrontarti nella recente tenzone telematica sull’argomento sono stati certamente più eleganti e compassati dei miei.
Ma la sostanza non cambia.
La più ricorrente delle giustificazioni di cio’ che a tutti gli effetti appare come il tentativo di un compromesso “storico” sulla pelle della professione scaturisce da questa falsamente ingenua domanda: visto che il giornalismo “normale” e’ in crisi, di che cosa vivranno domani i giornalisti, se non facendosi “imprenditori”? Trasformandosi cioe’ in operatori “creativi” dell’informazione, dove la creativita’ consiste nell’inventarsi forme trasversali di giornalismo, fino a ieri inconcepibili per un giornalista, come “vendere spazi commerciali” o “creare eventi”? Tutte attivita’ onorevoli, lecite e legittime, sia chiaro, verso le quali e’ certamente sciocco nutrire moralistiche forme di snobismo, ma ontologicamente incompatibili con l’essenza stessa della professione giornalistica: un ossimoro, come ha sottilineato qualcuno. E P
per ragioni talmente ovvie che non vale nemmeno la pena di (re)illustrarle in questa sede.
Eppure…
Ora, io saro’ anche un vecchio fuori dal mondo, ma a me quanto sta acccadendo pare una cosa surreale. Sarebbe come se, scarseggiando la clientela, si pensasse di consentire a un avvocato di assistere contemporaneamente attore e convenuto. O se a un giocatore fosse lecito giocare una domenica con una e quella successiva con un’altra squadra. O se un magistrato potesse fare anche il consulente di una delle parti in causa. O se un medico potesse diventare produttore di medicine e prescrivere i propri farmaci.
E il bello e’ che chi si oppone viene bollato come un ostacolatore di una presunta “innovazione” della professione.
Francamente non vedo il nesso tra l’ovvia esigenza di adeguare il mestiere ai tempi e al mondo che cambia e la pretesa di snaturarne le fondamenta, trasformandolo il qualcosa di sostanzialmente diverso.
Primo perche’, nei limiti segnati dalla deontologia, la figura del giornalista “intraprendente” (ma non imprenditore!) esiste gia’ ed e’ quella del libero professionista. Secondo perche’ se la professione va tanto in crisi al punto di rischiare la propria stessa sopravvivenza, non si tratta più di cambiare “il” mestiere, ma casomai di “cambiare mestiere”.
Ma questo è ciò che appare a me. Forse è davvero mutata la gerarchia etica dei valori e, piano piano, tutti – giornalisti e lettori compresi – si stanno abituando all’idea che ogni cosa possa avere contenuti o finalità “commerciali”, trasversali, switch, purchè procuratrici di profitto (che è cosa diversa dal reddito). Informazione compresa.
Non e’ una bella prospettiva.
Ma, comunque sia, i vertici dell’ordine e del sindacato dei giornalisti sarebbe opportuno che dessero almeno il segno di essersene accorti. E magari di avere in proposito un’opinione e qualche idea concreta sul da farsi prima che una grande marchetta collettiva ci seppellisca tutti.