E poi dicono che i corsi di aggiornamento dell’OdG non servono: in una bella lezione tenuta a Firenze, un quadro chiaro del (liquidissimo) profilo giurisprudenziale e normativo che in rete di fatto già lega e sempre più legherà le mani ai giornalisti. Con qualche sorpresa.

 

Il titolo era abbastanza intrigante: “Moderare o non moderare? Regole pratiche per i siti di informazione per sopravvivere alla community e gestire i commenti“. Ma è stato molto di più, in realtà: si è trattato di un’ampia e per niente rassicurante panoramica sui rischi presenti e soprattutto futuri che il giornalismo on line corre per quanto attiene alla libertà di noi giornalisti.
Non sarebbe nè bello e nè giusto, per rispetto verso chi c’era e per il docente, l’avvocato milanese Giuseppe Vaciago, se mi mettessi qui a riscrivere il vademecum a beneficio di chi ha preferito non partecipare.
Ma anche senza farlo, posso dire tutto il resto. Quanto basta per mettere in guardia i colleghi da una cosa di cui tutti abbiamo più o meno percezione e che, però, spesso si fa fatica a mettere a fuoco, per via delle inevitabili lacune culturali, tecniche e giuridiche di cui tutti noi soffriamo.
Cominciamo allora da un aspetto apparentemente ovvio tranne per chi, come me, ha una certa esperienza di grane giudiziarie professionali: la legge è una cosa, la giurisprudenza un’altra. Ovverosia una cosa sono le norme e la loro teorica applicazione, un’altra è l’applicazione concreta, ovvero la loro interpretazione da parte del giudice nel giudicare il caso singolo.
Quanto più una materia è vaga, nuova e complessa e tanto più la giurisprudenza in merito sarà ondivaga, contraddittoria, incerta.
Una banalità? Mica tanto.
L’informazione on line è infatti ad oggi, in tal senso, la frontiera forse più lontana. Spiegare al giudice la mutevolezza, la facilità di manipolazione o di errata interpretazione del materiale probatorio relativo ai possibili reati compiuti dai giornalisti in rete, primo fra tutti la diffamazione a mezzo stampa, è, allo stato dell’arte, impresa complicatissima. Proprio perchè è spesso il magistrato stesso ad essere poco preparato nello specifico. Da qui la necessità, per i giornalisti dell’on line, di mettere in atto tutta una serie di cautele informatiche preventive allo scopo di precostituirsi documenti digitalmente inoppugnabili per data, contenuto, diffusione, click, etc da poter esibire in caso di bisogna. E dalle quali può dipendere l’esito fausto o meno di un processo. Tutti trucchi dei quali fino a ieri, lo ammetto, ero (credo in ottima compagnia) del tutto ignaro.
Essere consapevoli e attrezzati in tal senso, questa la morale del discorso, costituisce non solo una forma di opportuna prudenza e quindi una dimostrazione di professionalità, ma pure una forma di difesa indiretta e di prevenzione verso i ricatti che spesso le querele per diffamazione nascondono, insomma verso quelle tecniche intimidatorie che alcuni soggetti utilizzano per tappare la bocca alla stampa che minaccia di tirare fuori notizie scomode o critiche troppo pungenti.
Ma proseguiamo e capovolgiamo il discorso.
Quanto più è fragile, come nel web, la possibilità di difesa del giornalista a fronte delle strumentalizzazioni giudiziarie dei suoi articoli, tanto maggiore dev’essere la sua professionalità nell’adottare espressioni, argomenti, verifiche, tecniche di controllo e di archiviazione, pezze d’appoggio digitali. Tale bagaglio di cultura e d’esperienza, necessario in ogni professionista, diventa addirittura indispensabile in chi opera nell’on line. Al punto che – ma questa è solo una mia modesta opinione – esso dovrebbe divenire oggetto di accertamento, se non di esame, al momento del rilascio dell’abilitazione professionale. Anche perchè, come l’avvocato Vaciago ha spiegato, al momento di addentrarsi nel caso il magistrato non potrà fare a meno di valutare, tra gli elementi su cui basare il proprio giudizio, la professionalità sia del comportamento tenuto, sia del soggetto inquisito.
C’è però anche ben altro.
Da un lato, ad esempio, il progressivo assottigliamento, causato dalla sovrapposizione tra diritto di cronaca e libertà di espressione, del diritto di critica, laddove, soprattutto sui social, i due si mescolano e variano a seconda del chi, del come, del quanto, del quando un certo post viene pubblicato o un certo commento viene postato, rimosso, commentato (“un minuto su FB corrisponde a due miliardi di potenziali visualizzazioni“). Non a caso, ha spiegato il giurista, negli ultimi 10 anni, con lo sviluppo di internet, le contestazioni del reato di diffamazione a mezzo stampa, sono aumentate del 1000% (il che non vuol dire che si siano tutte concluse con delle condanne, naturalmente).
Quest’effetto viene poi moltiplicato dall’odierna, sostanziale convergenza dei media (edizioni on line, blog gestiti da giornalisti, pagine FB collegate a blog giornalistici e siti di informazione, etc), che comporta una circolazione sovralimentata, istantanea e incontrollabile di notizie, commenti, rettifiche, link.
Ma le nubi più oscure per la professione digitale si levano all’orizzone sul fronte delle norme sulla privacy, definite “un dramma” per il giornalismo in rete e vaticinate come il pie’ di porco del domani per intimidire giudiziariamente, da parte di chi vi ha un malizioso interesse, la libertà dei giornalisti.
L’assioma è semplice e al tempo stesso disarmante: da un lato sia le testate on line che i blog sono tenuti al rigoroso rispetto della privacy, da un altro è però in qualche modo “dovere” del giornalista violare la privacy visto che egli deve fare informazione e quindi indagare, da un altro ancora la privacy è una nozione mutevole e indeterminata quanto basta da generare da parte dei cittadini e dei giudici interpretazioni variabili.
Infine, i tempi e i modi stessi della rete, la sua velocità e la sua viralità, la connessione permanente di tutti in un mondo in cui tutti guardano tutto costantemente (“omnipticon“, in italiano onnittico, direi) rende facilissima la violazione anche involontaria o colposa della privacy di chiunque e, più ancora, la contestazione da parte di chicchessia di una presunta violazione della privacy propria o altrui.
E’ questo un altro dei tanti, forse meno approfonditi punti critici sui quali la professione giornalistica ha bisogno di interrogarsi e nei confronti del quale deve aggiornarsi rapidamente, sia in termini di riflessione interna che di adeguamento normativo.
Lo dico mentre su un’altra finestra del mio browser leggo le pericolose sciocchezze scritte direttamente in rete da un collega ignaro dei rischi e, soprattutto, dei cardini della professione che dice di esercitare.