Il mondo è bello perché è vario.
E anche perché, spesso, la gente si convince da sola dei propri vaniloqui.
Prima di tutto, scelgono una parte per la quale provano una vaga, superficiale simpatia o un venale interesse (ma non mancano i virtuosi capaci di far coincidere alla perfezione e proficuamente le due cose) e poi, motu proprio, si ascrivono a vita a quella fazione, con buona pace di coerenze, pregressi, competenze e argomenti: arciconvinti di essere quel qualcosa, insomma, si autoproclamano. E lo fanno esibendo sempre il massimo esteriore fanatismo, la massima animosità e zelo, finché la morte non li separa dalla vita.
Il panorama e vastissimo: ambientalisti, progressisti, conservatori, reazionari, di destra, di sinistra, femministi, maschilisti, pacifisti. Ce n’è per tutti i gusti. Vanno pazzi per marce, fiaccolate, volantinaggi e conformismo partigiano. Dubbi espliciti? Mai.
La coerenza? Un optional. La doppia morale? Sempre e comunque.
Quindi scatta la fase accessoria. Quella in cui, in base alla categoria a cui si sono autoiscritti, cominciano ad attribuire controetichette agli altri, stabilendo loro, secondo convenienza e a priori, chi è cattivo, fascista, comunista, zoccola, imbecille, cementificatore, razzista e guerrafondaio.
Maestri del distinguo e dietrologi da bigino, prendono fittonate non supportate da alcuna conoscenza, tranne quando provenga dal web, dalla loro propaganda o dal sentito dire.
Strabici per vocazione, teorici finissimi d’ogni cosa, ma senza pratica alcuna e ignoranti per volontà del destino, sono fenomeni solo a rompere le scatole a chi lavora. Con un’aggravante: hanno masse di imbecilli che li incoraggiano e li assecondano, quindi non si trovano mai da soli.
Dittatura del cretinariato.