È vero che, se il coraggio non ce l’hai, nemmeno te lo puoi dare. È anche vero che, tranne alcune speciali categorie, non si può né si deve essere coraggiosi per mestiere.
Detto questo, però, c’è coraggio e coraggio.
Ce n’è uno che è coraggio vero, quello che ti chiede di mettere a repentaglio te stesso o qualcosa di tuo e di caro, possibilmente importante.
Ce n’è un altro che pro forma è coraggio ma che in realtà non lo è, perché non implica di mettere in gioco cose importanti o vitali, e andrebbe definito, secondo modi e circostanze, in modo diverso: spirito, animo o anche, maschilisticamente ma efficacemente, “palle”.
Una sottocategoria del secondo tipo, ahinoi diffusissima, è quella che contraddistingue chi, scegliendo di comportarsi omissivamente, non lo fa per paura di giocarsi qualcosa di proprio, ma per non avvantaggiare un altro.
Tipo: non gioco perché se gioco si vede che un altro è più bravo di me. Oppure: non concorro perché, se vince un altro, lui ha più benefici di me. O ancora: non mi faccio coinvolgere perché non voglio che si veda che non la penso come tutti mentre io ho tutto l’interesse a restare mimetizzato nella massa.
Ecco, ora domando: un anno che, sotto il profilo lavorativo comincia proprio con la riprova che la gente è al 99% mancante di palle, è incoraggiante?