Si doveva parlare di Etiopia, ma si è passati a parlare di viaggi. Soprattutto di chi non li fa. E che una volta si faceva pagare per scrivere le sue fantasie, mentre adesso lo fa pure gratis. Saecli incommoda

Metti una sera a cena (e anche prima) con un paio di colleghi d’antico pelo e qualche aspirante tale.
Metti un repertorio di reminiscenze, di fini diciture, di colte citazioni, di convergenze notabili, di esperienze incrociate, di scenari rievocati.
Mettici anche quel sentimento a cavallo tra l’orgoglio e il rimpianto che invade chi è ben conscio di essere ancora pronto a rifare ciò che fece, ma è anche consapevole che farlo non è più possibile (“…sentiva dentro di sè la giovinezza come una corda ancora capace di reggere lo sforzo“, scriveva Federigo Tozzi).
Insomma, ieri pomeriggio sono stato a un bell’incontro promosso dall’Assindustria fiorentina e dal governo di Addis Abeba nell’ambito di un road show (così va di moda chiamare oggi, in modo effettivamente più sintetico, le campagne itineranti di promozione) di incentivazione del turismo in Etiopia.
Paese di straordinario interesse, come chi c’è stato sa bene. E come Andrea Semplici e Carlo Franchini hanno saputo descrivere da par loro, veleggiando a braccio, sull’orlo del racconto, tra gli eco del Prete Gianni e la minaccia delle dighe sull’Omo, il passo agile di Gebreselassie e le novantanove moschee di Harar.
Un’ora di pure visioni, durante la quale mi sono passate davanti agli occhi non solo le istantanee delle mie puntate (non molte, in verità) nella patria di Hailè Selassiè, ma di tutta una carriera per la maggior parte impiegata a scrivere reportage.
Strano genere di giornalismo, il reportage. Che richiede al contempo occhio rapace e mente alata, gambe buone e migliori letture. L’unico, forse, in cui la qualità del risultato non dipende da quanto i luoghi siano lontani o esotici (si possono scrivere rapporti memorabili dal marciapiede sotto casa e passare mesi a Damasco o San Pietroburgo senza afferrare una briciola del genius loci), ma dallo spirito con il quale ti avvicini ad essi.
Ero a quest’incontro, dicevo.
E tra un piatto e l’altro di wot abbiamo parlato, ironizzato, riso di noi stessi e della nostra pur ancora dolente disillusione su un mestiere divenuto, per forza di cose, un (costoso) passatempo o quasi.
Non esiste più nessuno, ci si lamentava, disposto a pagarti per viaggiare e poi per raccontare. Anzi, nemmeno per raccontare e basta. Ma allora, ha osservato qualcuno, quelli che oggi raccontano viaggiano o fanno finta? E lo fanno per lavoro, cioè remunerati, o per hobby, cioè gratis?
Insomma, ci è venuto il dubbio che tanta gente racconti per liberalità di posti che non ha mai visto.
Prima almeno, si motteggiava, c’erano gli artigiani della fantasia mercenaria.
Eppure anche questo nuovo, apparentemente decaduto universo che si delinea all’orizzonte del viaggiatore, descritto gratuitamente e spesso senza essere neppure stato visitato (con ciò facendo salvo pure lo scrittore dalla responsabilità verso chi legge), ha un suo fascino sottile. Riporta una tradizione ottocentesca di viaggi orecchiati, di suggestioni immaginate, di esplorazioni da scaffale di biblioteca.
Mi ha fatto tornare in mente quello che ha scritto mesi fa una studentessa americana del mio corso di giornalismo, simulando un reportage dai sobborghi cittadini: “Le donne italiane non asciugano i panni con l’asciugatrice, ma stendendoli al sole per via di una superstizione”.
Non ha specificato di che superstizione si trattasse, ma ha fatto chiaramente capire che non aveva idea di cosa fossero le lenzuola che profumano di sole.
Classico esempio di racconto del viaggiatore navigato.
Su internet.