firth of fitfh
Non credo affatto che, come invece leggo da molte parti, la Brexit sia solo una dimostrazione di ottusità, di miopia, di illusioni di un ritorno a splendori isolati e perduti. E non lo dico solo perchè sono da sempre un antieuropeista accanito.
Che il voto, come tutti i voti, sia stato anche espressione di umori, di pancia e di propaganda (il che vale nei due sensi, comunque), può darsi.
Eppure penso che alla fine esso sia anche il frutto di un consapevole coraggio. Il coraggio di rinunciare, in nome di qualcosa, a qualcos’altro.
Tutti a dire che adesso gli inglesi “si pentiranno”, “vedranno che hanno perduto”, “saranno più poveri”.
Ma perchè, non si può in coscienza scegliere anche di essere dignitosamente più poveri? Di prendere strade diverse, anche se forse materialisticamente meno godibili, da quella verso cui la pelosa propaganda mondiale cerca di spingerci tutti nel nome dell’omologazione commerciale del pianeta?
Gli inglesi, o meglio i britannici, hanno una loro forte identità. Più o meno compatta, ma ce l’hanno. Ed è, come tutte le identità, una ricchezza. Non vedo perchè, se hanno deciso di mantenerla sacrificando altri veri o presunti benefici, debbano a priori essere condannati.
E del resto già stanotte, quando il Brexit pareva aver perso 48% a 52%, i più accorti avevano preso atto che, risultato formale del referendum a parte, non si poteva far finta che quasi la metà dei cittadini (accorsi all’86%, partecipazione altissima e quindi molto significativa) si fossero espressi contro l’Ue.
No, perchè poi la teoria è una cosa e la pratica un’altra.
Bella l’idea di Europa, siamo tutti fratelli (molti anni fa conoscevo un pazzo che diceva “siamo tutti Etruschi”). Poi scendi nel mondo reale e trovi l’euroburocrazia, la misura dei cetrioli, apparati mostruosi e poteri teoricamente comunitari che in realtà sono solo lo strumento degli interessi nazionali, i quali anzichè pesare direttamente lo fanno indirettamente, ma pesano e orientano comunque. E allora si fanno norme sull’allevamento dei bovini tagliate sulle misure dei danesi, ma con la pretesa che stiano a pennello anche ai greci e si sanzionano i greci se non si adattano a quei panni, si ordiscono equilibri bancario-finanziari spacciandoli per conquiste epocali e condivise così via.
La gente però non è scema. Vede, accetta di subire, ma ribolle. E basta una scintilla per accenderla.
Per ragioni culturali, più che economiche, questa è scoccata in GB e ora l’incendio potrà propagarsi.
Magari verrà spento, ma almeno sarà servito a far capire che il malumore verso quest’Ue da operetta era vasto, radicato, diffuso e trasversale. Che le crepe erano e sono enormi e che non si può far finta di non sapere.
Se il carrozzone era fasullo o se avrà la forza di reggere, lo si vedrà ora. Del resto anche l’infingimento di un’Europa a 28 che però è a 22, le geometrie variabili, gli strabismi finanziari, le eccezioni alle regole erano e restano un’ipocrisia.
Comunque vada, lo scossone ci voleva.
L’eurocrazia lo chiamerebbe stress-test.
E se, Dio lo voglia, il castello di carte crollerà, facciamocene una ragione. A volte un po’ di sobrietà e di stretta della cintura non guastano, anzi. Se invece non crolla, si auspica che la lezione sia servita.