Reprimendo gli sbadigli e cedendo alle pressanti richieste, intervengo da buon ultimo sul caso del fumetto-denuncia pubblicato sul NYTimes a proposito delle truffe nel nostro comparto oleario. In sintesi? Basta coi moralismi e con il culto dell’ovvio.

Conosco Tom Mueller, il giornalista americano che con la sua inchiesta ha ispirato le strisce al vetriolo contro l’extravergine made in Italy pubblicate giorni fa dal NYTimes. O meglio, lo conoscevo: una quindicina di anni fa si occupava di viaggi e apparteneva alla stessa associazione di specialisti a cui appartenevo io.
Poi sparì dalla circolazione e mi dissero che si era appassionato all’agricoltura, in particolare all’olio di oliva. Credevo fosse diventato produttore.
Invece, a ottobre del 2013 se ne esce con questo libro: “Extraverginità“, prefatrice la Gabanelli (un nome, una garanzia in materia di acrimonia antiagricola preconcetta), con il quale denuncia ciò che sapete.
Ai tempi, Mueller aveva fama di cronista rigoroso e non ho motivo di credere che non lo sia più. Molto “americano” nel metodo: manicheo, d’assalto, convinto della propria missione, fissato (giustamente) con le fonti e la loro verifica. Ma anche un po’ ingenuo e tendente, come spesso i suoi connazionali, a dividere il mondo in buoni e in cattivi, incapace talvolta di cogliere le sfumature dettate dalla complessità.
E il mondo dell’olio italiano (non solo italiano, direi) è complesso. Lo è come tutte le realtà che, stratificate, coinvolgono l’economia, il commercio, l’alimentazione, il cibo, le tradizioni, il marketing, la salute, l’immaginario collettivo.
In due parole: Mueller – e con lui il NYTimes – scrive cose sacrosante, ma ha scoperto l’acqua calda.
Sai che novità, denunciare che nel settore oleario le truffe abbondano. E’ una cosa gravissima, certo, come tante altre truffe nel settore alimentare, che esistono in tutto il pianeta.
Il che però non equivale a dire, come invece il fumetto fa intendere, che tutto l’olio italiano è contraffatto. Nè che lo stesso, anche se contraffatto, nuoccia alla salute.
Una cosa ovvia. Un male trasversale, planetario, risaputo.
Ma anche una cosa che, se consegnata in certi termini nelle mani dei boccaloni americani e in quelle dei moralisti-opportunisti di casa nostra, sempre pronti a salire sul carro del gettatore di fango, diventa un formidabile strumento di visibilità e di interessata autofustigazione.
Ricordate la pubblicità tv del rapinatore barricato in banca, del bravo maresciallo dell’Arma che tenta inutilmente di convincerlo a arrendersi e dell'”esperto americano” chiamato a salvare la patria, che arriva ma non sa che pesci prendere quando il bandito gli chiede, come condizione per la resa, un costume da Pulcinella? Ecco, quello.
Delegittimarci, in forza di un complesso di inferiorità che ci spinge ad amare a prescindere chi a priori ci accusa ma a non indagare mai sui mali altrui (il cuore del malaffare alimentare e dell’industria del cattivo cibo sarebbe solo l’Italia? Ma per favore), è uno degli sport nazionali. Terreno fertile per chi ci vuole marciare.
Se adesso qualche intelligentone dirà che voglio minimizzare e che non è accusando gli altri che ci si monda delle proprie malefatte, dico: nessuna pietà per nessuno, ma medesima severità ovunque e niente superciliosità a senso unico.
L’olivicoltura italiana si sta già suicidando da sola perchè costretta dall’inerzia politica a abbandonare le colture, non c’è bisogno che vengano gli yankee a dare una spinta.