Sabato 16 ottobre alle 17.30 sarò a Fucecchio per presentare, nella sede della Fondazione Montanelli Bassi, il libro di Daniele Pugliese “Sempre più verso occidente” (Baskeriville). Sarà un viaggio emozionato nella patria di chi mi offrì l’opportunità di entrare nel mondo del giornalismo e, al tempo stesso, l’occasione per addentrarmi tra le righe di un volume che, come il suo autore, mi ha profondamente incuriosito.

Conosco Daniele Pugliese da molti anni, ma ci siamo incontrati da pochi mesi. Siamo rimasti insomma, per lungo tempo, “sfasati”.
Pugliese è un tipo ispido. Punge. Non solo per la sua magrezza quasi appuntita, ma perché, da bravo giornalista, sa osservare e quindi cogliere i dettagli. Senza mai averne pietà.
In questo ci somigliamo sicuramente. In altre cose, meno. In alcune, per niente. Percorsi diversi, si direbbe. Lui comunque è un uomo di mondo che del mondo ha assaggiato anche qualche boccone avvelenato, di quelli che se non ne muori ti fanno gli anticorpi, ti immunizzano dal mal di pancia.
Quando mi ha chiesto di presentare il suo recente libro di racconti, “Sempre più a Occidente”, nella sede della Fondazione Montanelli Bassi a Fucecchio, non ho avuto dubbi se accettare.
Primo perché ne sono stato – lo dico apertamente – lusingato. Poi perché tornare, undici anni dopo (era il 1999 e il “direttore” compiva 90 anni), nella casa del vecchio maestro, era un piacere che non potevo negarmi. Terzo perché la lettura di quel volume mi aveva incuriosito parecchio.
Non starò qui ad anticipare quello che dirò dopodomani, è ovvio. Ma non posso tacere, ad esempio, dell’ispirazione composita che mi pare percorrere trasversalmente i dieci episodi, variegati assai ma tutti pervasi da un arioso echeggiare di influenze e di reminiscenze. Mai ostentate né compiaciute, ma quasi godute, direi. Naturalmente si tratta di una mia impressione. Mi è parso di rintracciarvi echi kafkiani e retaggi buzzatiani, per non dire di nuances alla Flannery O’Connor.
Nulla di claustrofobico, tuttavia. Nessun contorcimento. Prosa lineare e scorrevole, immagini mai banali, soprattutto un filo narrativo spontaneo e originale. Molti interrogativi trasversali, introspezioni scomode, consolanti outing.
E’ tutto ciò coerente con la personalità di Daniele Pugliese?
Direi di sì. E non potrebbe del resto essere diversamente. Eppure sono certo che poco del contenuto del libro collima con l’immagine corrente che di Pugliese si ha. Perché i racconti sono ficcanti ed acuti, ma non pungono. Non si impuntano negli spigoli del carattere. Casomai li aggirano, li sciolgono. Li spiegano, forse?
E’ una domanda alla quale non ho ancora dato una risposta.
Non ho avuto invece difficoltà a cogliere una vena montanelliana in un certo amore per la chiarezza, in una certa tendenza alla fuga dall’intrigo dialettico. Paradossale, tutto ciò, in un allievo dichiarato di Fortebraccio? Può darsi.
Ma la vita (e la letteratura) è fatta di paradossi. Come il fatto che io, nella casa del fondatore del “Giornale”, mi ritrovi oggi a presentare un libro dell’ex vicedirettore dell’”Unità”. Weird scenes inside the gold mine…, direbbe Jim Morrison.