Da bambino ero lento a mangiare. Assaporavo, esitavo, mi distraevo, cadenzavo. Ciò, in società, mi faceva apparire educato. In famiglia, per quella mia lentezza conviviale, mi chiamavano invece “il pensatore”.
La cosa mi è tornata in mente quando ho ricevuto la richiesta di amicizia di un tipo che si autoqualifica “thinker”.
Ma che cazzo vuol dire (scusate il francesismo, ma quando ci vuole, ci vuole) “thinker”?
Un “thinker” è uno che pensa. E si presume che tutti pensino o almeno si illudano di farlo, quindi inutile sottolinearlo tra le proprie virtù o competenze professionali.
Quindi?
Ora qualcuno più evoluto di me forse mi dirà che, nel mondo globale che conta, “thinker” è la parola con cui si indicano i creativi, quelli che hanno visioni, intuizioni, idee.
Bene, mettiamo sia così.
Ma allora non era più semplice, anzi più chiaro, qualificarsi “creativo”, espressione già piuttosto stucchevole ma che chiunque avrebbe facilmente compreso?
No, arriva il “thinker”.
Al quale ho ovviamente negato l’amicizia, così come la nego a priori a chi si presenta con un altro termine di nessun significato: “blogger”, che banalmente vuol dire “uno che ha un blog”.
Oppure, d’ora in avanti, mi presento come “eater” (uno che mangia), “drinker” (uno che beve), “breather” (uno che respira), “facebooker” (uno che usa FB).
Buona mattinata.