Chi era il braccio destro di Garibaldi? Pare sia una vecchia battuta (io non la conoscevo), ma un liceale toscano l’ha presa comunque per seria e il suo professore anche. Tanto che l’ha raccontata ai colleghi…

Si dirà Bipério o Biperìo? Un bel dilemma…
Ecco una di quelle cose a cui, se non fossi certo della fonte, stenterei a credere, pensando a una pur arguta freddura.
A una barzelletta, insomma.
Invece è vero.
Accaduto giorni fa in un liceo toscano di cui, per ovvie ragioni di riservatezza, taciamo nome e ubicazione precisa. E taciamo, si capisce, anche il nome del protagonista.
Ma il fatto no, non può essere taciuto.
Secondo me va anzi ascritto non solo al pur ricco albo d’oro delle massime castronerie scolastiche di tutti i tempi, ma pure al ben più triste elenco dei guasti di una società in cui, con ogni evidenza, la miscela esplosiva di ignoranza abissale e di certi anglotecnoriflessi condizionati hanno ormai preso il sopravvento sul resto, con conseguenze incalcolabili.
Accade, molto semplicemente, questo: che uno studente legge sul libro di storia (sottolineo: storia, non algebra) il nome di Bixio (nel senso di Nino, il braccio destro di Garibaldi) e lo decritta in…Biperio! Ovvero “bi x io“, insomma “bi moltiplicato io“, come fosse la formula di un’espressione matematica. Quindi Biperio. Gli accenti metteteli voi, a piacere.
Nessun dubbio sollevato neppure dalla presenza, nella formula, di quella strana maiuscola.
Lo sfondone è di quelli da sbellicarsi, è chiaro.
Ma se pensate che non succede a un alunno di prima elementare, bensì a uno di liceo, il quale così dimostra non solo di non sapere chi era Nino Bixio (fatto grave ma non gravissimo nè raro, temo), ma soprattutto di non averne mai sentito echeggiare a scuola, pronunciare in casa o fuori, leggere sullo stradario cittadino o sul navigatore dell’auto o sull’elenco telefonico il nome, così da non essere nemmeno sfiorato dal sospetto che Biperio, in realtà, possa essere un pur sconosciuto di nome Bixio, c’è di che preoccuparsi.
Fa il paio con un’altra enormità sentita pronunciare anni fa – l’ho certamente già raccontata anche qui, ma non posso non rievocarla – da una pr bocconiana milanese che, indicandomi un indirizzo, mi disse “via òmero“, come l’osso del braccio, mica “via Omero”.
Un mio caro amico, per me fin troppo clemente verso le nuove generazioni, dice che l‘abbaglio avremmo potuto benissimo prenderlo ai tempi nostri, perchè anche noi usavano le abbreviazioni per scrivere.
Mah, un abbaglio sull’identità di Bixio potevamo prenderlo anche noi di sicuro, penso io. Ma su leggere Bixio come Biperio, lo escludo. Diciamo che eravamo meno sicuri di noi stessi, o meno abituati a prendere tutto acriticamente, oppure meno avvezzi ad avvertire come accettabili certe libertà formali o stranezze (magari negli appunti usavi “x” al posto di “per”, ma non avresti mai scritto “x” nel tema), o anche tutte queste cose insieme.
Del resto, in prima media, anche una delle più brillanti studentesse della mia classe parlò una volta, tra l’ilarità generale (professoressa compresa),  di Archimede Pitagorico.
Ma così facendo dimostrò che lei, almeno il personaggio dei fumetti, sapeva chi era.

PS: a post pubblicato scopro che era in effetti una vecchia battuta a me sconosciuta. Ma il senso del pezzo non cambia, perchè lo studente non se n’è accorto e il suo professore neppure. Oppure non se ne sono accorti i colleghi a cui l’ha riferita. E io non so decidermi se è peggio non conoscere una leggenda metropolitana o prenderla per buona.