Perfino Gramellini, sul Corriere di oggi, dedica una nota alla bufala di FB sui “numeri arabi” (cui hanno abboccato in tanti), quelli che un certo Tarim Bu Azizvorrebbe introdurre nelle scuole italiane per favorire l’integrazione“.
Boutade che qualunque scolaro di terza media dovrebbe e avrebbe dovuto facilmente smascherare.
Eppure nemmeno l’illustre giornalista sembra cogliere il senso più profondo della vicenda, cioè l’ignoranza diffusa che essa rivela.
Il punto principale infatti, a mio modestissimo parere, non è tanto ciò che il collega, pur giustamente, rileva (“la reazione impulsiva di massa” e il fatto che “ben pochi si saranno presi la briga di controllare su un motore di ricerca come stessero realmente le cose“), ma quello che pone solo come premessa: di andata o di ritorno che siano, siamo circondati da seminalfabeti che, anche per acquisire informazioni di banale cultura generale, hanno bisogno di consultare l’imperante rete, fonte d’ogni sapienza e rimedio d’ogni vuoto.
Ecco, questo mi pare il vero dramma: che la gente non ritenga più necessario sapere e che, per sapere, pensi che basti consultare Google. Incluse le fregnacce non verificate che esso contiene e che si berranno beatamente.
Così il cerchio si chiude e vince Tarim Bu Aziz, come del resto tutti o quasi, probabilmente, desiderano.