Mia nonna era una santa donna, religiosissima e un po’ ingenua.
Una volta, durante la canonica gita parrocchiale tra giovanissime, si azzardo’ a raccontare quella che, secondo lei, era un’innocente freddura.
“Qual e’ – chiese alle compagne di viaggio – il colmo per una suora?”. E all’esitazione delle astanti fece seguire‎ un “Prendere un cappuccino a letto!”.
Si aspettava risate, ricevette un imbarazzato ‎silenzio e qualche borbottìo di disapprovazione.
Nemmeno l’aveva sfiorata l’idea ‎che il cappuccino de quo non fosse la nota bevanda, bensi’ un frate in carne, ossa e altro. E non si convinse neanche quando le fu fatto notare il doppio senso. “L’avete presa nel peggiore dei modi!”, protesto’ invano.
L’episodio mi e’ tornato in mente quando l’altro giorno, al termine di una cena in un ristorante stellato toscano, la cameriera mi si avvicina e mi sussurra in inglese: “Le port‎o un caffe’ o preferisce un cappuccino?”.
Anch’io l’ho presa nel peggiore dei modi.‎