Un po’ per profonda ignoranza, un po’ per abituale protervia e un po’ per incallito fintotontismo tanti “potenti” italiani (o presunti tali) credono di poter trattare la stampa come un oggetto passivo, uno strumento asservito ai loro interessi. Per fortuna spesso si sbagliano. Ma farglielo capire è dura…

Per capire quanto, in generale, sia patologico e deviato il rapporto non solo tra l’opinione pubblica, ma anche tra enti, istituzioni, centri di potere, aziende, uomini politici, personaggi pubblici da un lato e stampa dall’altro, basterebbe ascoltare le domande che, tra i primi, i meno scaltri si fanno sull'”uso” o a proposito della seconda.
Il quesito classico è: “Come si fa a pubblicare un articolo sul giornale x?”. Come se il giornale fosse uno spazio pubblico, a diretta disposizione di tutti. Spesso il discorso perde il dubitativo e diventa perfino assertivo: “Ora faccio pubblicare un articolo sul giornale y”. Insomma, i giornali sono concepiti come una pubblica bacheca su cui, senza controlli, nè filtri, nè criterio diverso dal proprio momentaneo tornaconto, chiunque può affiggere qualsiasi cosa. Una specie di versione scritta e stampata delle farneticazioni che qualsiasi cittadino può rilasciare al bar o sull’angolo di una piazza. Con la fondamentale differenza che, la gente, il giornale lo legge e tende a credere a quello che c’è scritto. Insomma: poichè il fatto di apparire su un giornale è ritenuto di per sè una patente di autorevolezza della notizia pubblicata, tutti cercano di essere pubblicati per apparire autorevoli. In pratica: l’informazione è uno strumento di propaganda. Non “anche” o “a volte”. Proprio sempre. Stampa = propaganda (per i propri interessi, ovviamente: se lo è per quelli degli altri, invece, allora è uno scandalo, uno sconcio, una vergogna e via cantando).
Pazzesco, ma è così.
L’idea che il giornalista non sia uno scrivano, o un amanuense, che passivamente riporta ciò che sotto dettatura il “comunicante” di turno gli dice, ma un professionista dotato di un’etica, una deontologia, un metodo, una tecnica e soprattutto una testa propria con la quale ragiona e pensa, è inconcepibile.
Così come è inconcepibile l’idea che il giornalista non risponda alla propria coscienza, alla propria professionalità, alla verità dei fatti che riscontra con le proprie indagini e ricerche, insomma a se stesso e non a un “padrone”. Padrone inteso, sia chiaro, non solo nel senso banale di “datore di lavoro” ma – peggio! – di capo, guida, superiore, capataz, partito, struttura.
L’esperienza pone ricorrentemente di fronte a situazioni surreali. Se scrivi di una cosa, sei automaticamente catalogato (secondo come ne parli) “amico” o “nemico” del soggetto di cui si discetta. Di norma, esprimersi con equilibrio equivale ad essere ritenuti simpatizzanti e, comunque, l’ipotesi che uno non stia dalla parte di nessuno non è nemmeno presa in considerazione.
Buffo, poi, che chi invece si sente trascurato dalla stampa non si premuri affatto di informarla almeno ogni tanto, di avere qualche tipo di rapporto con i giornali, ma pretenda che per divina illuminazione (quando non per “dovere” di riverenza) i giornalisti vengano dall’alto “infusi” di cose che lo riguardano e che, va da sè, ne debbano parlare benissimo. Perchè, sennò, sono appunto “nemici”, prezzolati, parziali, non obiettivi.
Una variante della stessa sindrome, quando invece di un giornale si parla di un giornalista, è l’immancabile ammonimento: “Tu devi scrivere quello che dico io”. Come se il custode della verità (cioè quello che il giornalista ha il dovere di scrivere) fosse l’interlocutore e la verità non fosse viceversa il frutto della comparazione tra versioni dei fatti, diverse opinioni, informazioni raccolte sul campo.
Sia chiaro: la colpa non sta da una parte. Se tanta gente pensa questo, è perchè ha riscontrato che quanto pensa è in qualche modo vero. E che quindi una certa percentuale di responsabilità è dei giornali distratti, dei giornalisti addomesticati o addomesticabili, dei caporedattori annoiati, dei cronisti pigri, dei novellini incompetenti.
Ok, vabbene.
Ma l’ignoranza degli italiani in materia dei pur basilari principi della libera informazione è abissale, sconsolante, terrificante. Abituato agli yes men, il potere più o meno vagamente costituito divide il mondo in tre parti: il “pastore-padrone” che, con il beneplacito più o meno inconsapevole del popolo bue, comanda il gregge esercitando su di esso il potere (per fortuna metaforico) di vita o di morte; il cane da pastore (o sicario, sergente, luogotenente, braccio destro, sgherro, scherano, servo sciocco) che esegue e fa eseguire gli ordini del capo; e il volgo che come un gregge esegue. o per naturale remissività, o perchè ben addestrato a obbedire, o perchè intimidito dalla protervia del cane o del pastore. Ammaestrato uno, ammaestrati tutti, dice il proverbio e insegna l’esperienza.
La quale, però, insegna anche un’altra cosa. Proprio perchè le pecore sono abituate tutte a seguire a testa bassa il primo del branco, se questo s’infila in un buco nel recinto tutto il gregge gli va dietro e scappa.
I giornalisti sono spesso (diciamo ogni tanto, via) quelli che aprono il buco nel recinto. Per questo talvolta fanno paura. O sono antipatici. Secondo i “pastori-padroni”, infatti, dovrebbero fare i buchi solo dove e quando vogliono loro.