Mi spiace ammetterlo, ma non ho la più pallida idea di dove andammo in gita scolastica con la IIID della G. Pieraccini di Firenze, anno scolastico 1973/74.
Mi ricordo il pullman, i compagni di classe, una bella giornata soleggiata, ma non i luoghi.
Ricordo invece nitidamente la colonna sonora, che quella primavera godette di un grande airplay (si fa per dire, nemmeno esistevano le ancora da venire “radio libere”).
Era “Angie” dei Rolling Stones.
All’epoca capivo ancora poco, diciamo quasi nulla, di rock and roll, ma avvertivo in una certa musica che allora non sapevo catalogare – ora posso dirlo con certezza – un non so che di seducente. Ne ero molto sorpreso e, al tempo stesso, irresistibilmente attratto.
Angie era anche un lento molto ballato.
Non da me, che schifavo il ballo ed ero carente tanto di coraggio quanto di ballerine.
Invece amavo quel suono, il drumming leggero di Watts e i tratti spigolosi di un Richards ancora giovanile. Mi sforzavo di non ascoltare gli archi un po’ zuccherosi dell’arrangiamento e di concentrarmi sugli arpeggi di chitarra e il pianoforte. Jagger non mi era simpatico, mi pareva troppo esibizionista, ma in quella canzone, cazzo, era fenomenale.
Comprendevo ben che andasse un terzo delle parole e al massimo ne traducevo un quarto, si capiva però che parlava di tempi perduti e di nostalgia.
Tentai in seguito, inutilmente, di scoprirne gli accordi e di replicare il riff sulla vecchia chitarra a nove corde (!) ereditata da mio nonno.
Eppure, millant’anni dopo, la amo come allora.
La canzone, non la chitarra.

Angie – The Rolling Stones – with lyrics