Lo afferma, a ragione, Mario Tedeschini Lalli in un’intervista: nella professione la carriera ha perduto ogni linearità e la via va cercata, con qualche rischio. Al quale, aggiungo io, bisogna arrivare con idee chiare e psicologicamente preparati.

Per fortuna non sono più giovane, perchè sentirmi nei panni di un ballerino mi imbarazzerebbe parecchio.
Ma condivido moltissimo quella parte dell’intervista sul futuro della professione giornalistica rilasciata giorni fa da Mario Tedeschini Lalli a Lara Lago (qui), nella quale egli paragona la situazione dei giovani colleghi di oggi non a quella in cui ci trovavamo noi più anziani alla loro età, bensì a quella di “un giovane musicista, un giovane attore, un giovane ballerino“.
Dice infatti:
Chi vuol fare il giornalista nel 2016 non è affatto un kamikaze. Semplicemente, per le ragioni dette prima, cioè la scomparsa di una “industria” del giornalismo, non esiste più una carriera pre-definita nella quale si “entra” e attraverso la quale si possono immaginare passi successivi. Il giovane giornalista oggi ha più a che vedere con un giovane musicista, un giovane attore, un giovane ballerino, che non con un giovane accountant che entra in un’azienda e poi saltando da una all’altra finisce a 65-70 anni come dirigente da qualche parte. I musicisti, gli attori, i ballerini hanno anch’essi studiato a lungo, spesso anche più a lungo e più duramente dei giornalisti, e finito di studiare si trovano a servire nei weekend in un pub e fare audizioni. Di dieci giovani attori di oggi, tra dieci anni uno avrà avuto un enorme successo e farà film, teatro e televisione; due o tre vivranno bene facendo un po’ di fiction e qualche parte minore in teatro o in nel cinema; tre o quattro si arrabatteranno tra parti rade, pubblicità ed eventi corporate; uno si è comprato il pub per il quale lavorava; degli altri si è persa ogni traccia“.
Mi pare un paragone calzantissimo che rispecchia fedelmente la realtà.
La speranza è che le nuove generazioni di colleghi o aspiranti tali lo percepiscano.
Tedeschini ha ragione da vendere quando dice che, in una professione destrutturata in cui non esiste più o quasi la linearità della carriere, tutti sono in balia della propria intraprendenza, della fortuna e del talento. Tre elementi intimamente interdipendenti, tra i quali però la mancanza del terzo è tanto la più frequente, quanto la più difficile da digerire.
Per fare il battitore libero, ruolo a cui il sistema dell’informazione e dell’editoria oggi di fatto ti costringono, occorre tuttavia essere tagliati. Saper scrivere non basta. Aver intuito e curiosità non basta. Occorrono anche la capacità di autogestirsi e di adattarsi a un mercato del lavoro divenuto liquido, spesso perfino scivoloso. Tale capacità è divenuta parte indispensabile della professionalità.
Mi viene da pensare che le qualità personali del giovane giornalista di oggi debbano anche essere le stesse – sia detto senza ironia – del giovane calciatore: tecnica e fisico non bastano, occorrono il carattere e la serietà per non sprecare ciò che la natura ti ha dato. E per non finire, malinconicamente, tra i semiprofessionisti o tra i dilettanti.
Proprio quello, preciso preciso, che sta accadendo a migliaia di giornalisti italiani, nemmeno più tanto giovani.