La mia infanzia e la mia adolescenza, a cavallo tra i ’60 e i ’70, si fondò su un immutabile pokerissimo di campioni sportivi: Sandro Mazzola, Gustavo Thoeni, Giacomo Agostini, Niki Lauda e lui, Felice Gimondi.
Amavo Gimondi (e di conseguenza odiavo Merckx) a tal punto che obbligai mio nonno a comprare per la sua nuova casa al mare una cucina Salvarani, sponsor della scuderia del mio ciclista preferito. E per proprietà transitiva diventai tifoso di Poggiali, il gregario e compagno di stanza del nostro.
È chiaro che, poi, quando uscivamo in bici insieme, Gimondi ero io e Poggiali era lui e non ci pioveva.
La sua vittoria allo sprint al Mondiale del 1973 fu il punto più alto di una carriera spesso messa un po’ in ombra dal detestato (da me) campionissimo belga, in tempi in cui gli sportivi parlavano poco, i ciclisti ancora meno e i bergamaschi come Gimondi quasi punto. Tutto si viveva tramite le cronache dei giornali, la tv in bianco e nero e i poster appesi in camera.
Il suo ce l’ho ancora, in sella all’eterna Bianchi, con quel naso aquilino protesa a fendere l’aria.
Non era bello, Gimondi, ma emanava un taciturno fascino e mi somigliava a un altro eroe senza macchia dell’epoca, il tenente Sheridan. E poi era comunque meglio di Eddie, insomma aveva un aspetto più eroico, più marziale. Quindi non c’erano Adorni, Zilioli, Motta o Dancelli che tenessero.
Poi i decenni sono passati senza che nulla mutasse fino a ieri, quando tutto è cambiato senza preavviso.
E pensare che per me era quasi come se non si fosse mai ritirato…