Sui giornali le topiche sono topiche, ci siamo cascati tutti, ma questa è una straperla che non posso tacere, oltre che un sintomo della pericolosa sindrome da frivolezza estiva acuta che, sulla ali dell’euforia per la presunta fine dell’emergenza, sta pian piano invadendo tanto le menti delle persone quanto quelle dei giornalisti.
Apprendo infatti dal sommario di un articolo appena pubblicato su un famoso quotidiano on line che, sancita quella del 2020 come l’estate delle vacanze in Italia, per le ferie i connazionali prediligeranno senza dubbio alcuno le sistemazioni dotate di piscina purchè selezionate tra ville, dimore storiche, fienili (fienili?) ristrutturati e – tenetevi forte – “case coloniali”.
Mica coloniche. No, proprio case coloniali.
Premesso che fino a oggi ero convinto che i colonizzatori fossimo stati noi e che, pertanto, le case coloniali fossero all’estero, superato un iniziale momento di sconcerto sono stato assalito da due dubbi.
Il primo è che, come a Dubai ci sono dimore in stile veneziano e tukul in stile etiope, tutte ovviamente piscinate, così non è teoricamente impossibile, data l’accertata e irreversibile corruzione del buon gusto nazionale, che qualche frescone si sia fatto costruire una casa in collina a guisa di Villa Somalia e ora pensi di affittarla ai turisti.
Il secondo è anche peggio. E cioè che il collega per coloniale intendesse certe sistemazioni ricavate dalle colonie estive in disuso, quelle dove fino agli anni ’60 andavano al mare i bambini delle famiglie meno abbienti, poi recuperate in chiave lusso.
Buone vacanze e attenti ai leoni al pascolo.