Ne avevo già parlato mesi fa qui, ma naturalmente non ho avuto reazione alcuna. Adesso, da candidato all’OdG per le elezioni del 23/5, ripropongo la questione.
Con tipico eufemismo italico, tra loro si chiamano “operatori dell’informazione via web”. In realtà, spesso, sono giornalisti abusivi. Cioè persone non iscritte all’albo che esercitano di fatto la professione senza essere (nè sentirsi) soggetti ai doveri della stessa. Blogger, critici, opinionisti: gente che “rilascia” (a volte pagata dal beneficiario) recensioni e notizie compiacenti e che, senza mai affermare esplicitamente di esserlo, si comporta e pretende di essere trattata da giornalista, inclusi accrediti, omaggi e onori. Garanzie di correttezza? Zero. Responsabilità? Zero. Danno alla reputazione della categoria? Enorme. Anche perchè non solo molti li prendono per “colleghi”, ma c’è perfino chi li ritiene portavoce della “verità vera”. E l’OdG che fa, si preoccupa, reagisce, li combatte? Macchè: nel migliore dei casi ignora che il fenomeno esiste.

Chiamiamola pure “difesa corporativa”, chiamiamola lotta agli eufemismi devianti, chiamiamola lotta all’egualitarismo conformista e aprioristico, chiamiamola come volete. Ma un medico accetterebbe di condividere la professione e la qualifica con un paramedico? Un dentista con un odontotecnico? Un ingegnere con un geometra nemmeno iscritto all’albo? Un commercialista con un diplomato in ragioneria, o un salumiere, o un impiegato del catasto? No?
E allora perchè i giornalisti – tutti i giornalisti – dovrebbero accettare di essere più o meno surrettiziamente parificati alla nascente categoria dei “operatori dell’informazione”, l’ambigua definizione sotto la quale si nascondono le migliaia di coloro che, senza essere iscritti all’albo (perchè non sanno, non vogliono, soprattutto non possono…), pretendono però di agire come giornalisti? Naturalmente reclamandone i diritti, ma senza farsi carico dei doveri?
Ecco un’altra battaglia – preventiva ed insidiosa – che un Ordine serio e consapevole dovrebbe combattere, invece di perdersi nella difesa di privilegi indifendibili, di poltrone inamovibili e di congiure di palazzo inaccettabili. Una battaglia che nel mio piccolo ho già intrapreso e che certamente, se verrò eletto, proseguirò da consigliere dell’OdG regionale.

La questione è semplice: in pochi anni le nuove tecnologie hanno moltiplicato a dismisura gli strumenti di comunicazione, dando vita a una nuova e furbissima generazione di soggetti che si autodefiniscono, stando ben attenti a non mettere i piedi fuori dai confini delle definizioni legali, “operatori dell’informazione via web”. Che vuol dire? Letto in positivo, nulla. Letto in negativo, molto: vuol dire che c’è gente che crede o pretende di fare informazione senza essere iscritta all’albo dei giornalisti – ai quali la legge demanda la funzione – e quindi senza essere sottoposta ai doveri di professionalità, di imparzialità, di incompatibilità, di deontologia, di verità a cui tutti i giornalisti sono soggetti.
In pratica sono come persone che, senza essere laureate in medicina nè, ovviamente, iscritte all’ordine dei medici, curano la gente, stando attente a non definirsi “medici” ma comunque senza nemmeno dire apertamente di non esserlo.
Il problema è sottile e anguillesco. La casistica ricca di esempi che, se non fossero tragici, sarebbero comici: titolari di siti web che si accreditano (e vengono accreditati!) alle iniziative per la stampa e si presentano con il “tariffario” di prestazioni e recensioni (recensione base, 100 euro; giudizio buono, 200 euro; ottimo, 400 euro; eccellente, 600 euro. Non ci credete? Ne ho le prove in mano!), venditori di pubblicità che vendono spazi con annesso “articolo” (da loro stessi scritto) e così via.
Se tutto ciò faceva parte, fino a qualche anno fa, del folklore di cui la professione è da sempre circondata e dell’aneddotica tra colleghi, il fenomeno oggi ha fatto decisamente un salto di qualità. Gli “operatori dell’informazione” non sono poveracci che cercano di sbarcare il lunario vivendo borderline, ma intelligenti, preparati, organizzati, solidali al limite dell’omertà. Sanno benissimo di operare fuori dalle regole e per questo fanno il possibile affinchè dell’argomento si parli il meno possibile. Operano sotto traccia e sono difficili da scovare, perchè scavalcano le istituzioni e vanno direttamente al “consumatore”, facendo leva sull’ingenuità di quest’ultimo, sulla sua necessità di “visibilità” paracommerciale e, ammettiamolo, sulla pessima reputazione della nostra categoria, molti esponenti della quale si comportano esattamente come gli “operatori”, contribuendo a infangare il prestigio dei giornalisti e a confondere le idee all’opinione pubblica.

Non vi pare che tutto ciò sia un nodo su cui l’Ordine dovrebbe concentrare la sua attenzione, difendendo gli iscritti dagli abusivi? E vi risulta che non dico sia stato fatto qualcosa, ma che nel palazzo qualcuno abbia dato segno di aver contezza del problema?
A me non risulta. Ma, in compenso, da freelance mi scontro tutti i giorni non solo con l’aperto dileggio, bensì con la tracotanza dei presunti “parificati”, divenuti ormai talmente arroganti da “rivendicare” il loro diritto a fare informazione senza averne i titoli e senza rischiare nulla. Nè miglior sorte non tocca ai redattori, che da costoro vedono ridicolizzata la loro professionalità a colpi di insulti e di allusioni tipo “comprati”, “servi” e altre amenità.
Tutte cose di cui in consiglio dell’Ordine mi piacerebbe parecchio discutere. E a voi?