Dopo lunga e dolorosa malattia, sta per passare definitivamente a miglior vita l’editoria italiana di viaggio, portandosi dietro glorie ed errori. Finisce una stagione e restano migliaia di pagine non scritte che potrebbero ancora interessare a qualcuno. Ma a chi?

Soundtrack: June Tabor, “Unicorns”

La vita è fatta di cancelli che si chiudono alle spalle, come quelli del tenente Drogo. A volte si chiudono in silenzio, gentilmente, altre con fragore e rumore di ferraglia.
Quello che si è chiuso in questi mesi di passaggio tra anno vecchio e anno nuovo è un cancello a due ante. La prima anta si è chiusa lentamente, piano piano, accostandosi al battente con dolcezza fino a toccarlo. La seconda si è chiusa più velocemente, con uno stridore sinistro, è vero, ma che lasciava presagire più la necessità di un po’ di grasso nei gangheri che non una chiusura vera e propria.
Solo ora, che anche la seconda anta è a pochi centimetri dal battente e che la serratura minacciosamente si accinge a scattare, si ha davvero la sensazione che, dopo, quel varco resterà chiuso per sempre.
Il cancello di cui stiamo parlando è quello che segna il trapasso dell’editoria italiana di viaggio.
Di quella, almeno, che abbiamo conosciuto nell’ultimo quarto di secolo. Un’editoria con molti meriti. Quello di aver insegnato a tanta gente a viaggiare. Quello di aver insegnato a tanta gente a immaginare. Quello di aver insegnato a leggere, approfondire, a diversificare. Quello, più a singhiozzo, di aver rilanciato il genere del reportage giornalistico geoculturale, ravvivandolo dopo i fasti vissuti nei grandi settimanali degli anni ’60. Quello di aver portato in primo piano la componente fotografica, dandole la dignità di contenuto, anzichè di semplice illustrazione, che essa meritava. Alla scuola dell’editoria di viaggio sono cresciuti decine di giornalisti che del viaggiare hanno fatto una specializzazione professionale importante.
Naturalmente, soprattutto nella fase del lungo crepuscolo cominciato un decennio fa, il settore ha accumulato anche tanti demeriti. Da contenitore di sogni e di racconti propedeutici al viaggio si è progressivamente trasformato in contenitore di informazioni di servizio prima per il viaggiatore, poi per il turista. I giornali si sono sempre più spesso voluti tramutati in guide, con tutti i condizionamenti immaginabili in un periodico. A cominciare, è ovvio, dal condizionamento pubblicitario.
Piano piano, ma inesorabilmente, l’asse portante del settore si è spostato dai contenuti alla pubblicità e dal venduto al fatturato pubblicitario. Il contenuto si è via via assottigliato per qualità e gonfiato di reclame, fino al punto in cui il rapporto si è invertito: gli articoli sono diventati un riempitivo di riviste trasformate – per inserzioni, ma anche per marchette – in cataloghi.
Il primo a soffrire e poi a morire è stato il giornalismo di settore, con gli autori divenuti un po’ alla volta prima compilatori di pagine gialle e, poi, fornitori di un semilavorato destinato ad essere manipolato dalle redazioni in funzione delle esigenze degli inserzionisti. Con molte eccezioni, sia chiaro, ma con un trend ben preciso.
Il momento nodale è stato quando il potere decisionale su indici e scalette, con la gestione dei relativi budget per la produzione dei servizi, è passato dai direttori dei giornali ai responsabili del marketing.
Da quel momento in poi tutto si è confuso. Redazionali spacciati per committenze. Conto terzi spacciato per produzione.
Finchè – alimentato dalla convergenza di nuove tecnologie e turismo di massa – ha potuto galleggiare su una domanda sempre meno esigente (e quindi su contenuti sempre più impalpabili) e un forte sostegno pubblicitario, il sistema ha tenuto. Ma nel momento in cui la pubblicità ha cominciato a mancare e i lettori, stanchi di carta inutile, hanno contemporaneamente preso a calare, il vortice destinato a risucchiare tutti si è innescato.
Le testate superstiti si contano sulle dita di una mano. Qualcuna forse, in mancanza di concorrenza, sopravviverà. Qualcuna no. Ma il settore è andato in briciole. Così come è andata in briciole la categoria dei giornalisti di viaggio, specialisti la cui esperienza, versatilità, profondità sono diventate del tutto superflue se non addirittura fastidiose. Rimane la loro capacità di osservare le spigolature del mondo, senza che queste però interessino a qualcuno.
Nell’illusione di salire furtivamente, ma lucrosamente, sul carro del presunto vincitore, molti stanno tentando di transumare dal giornalismo di viaggio tradizionale al cosiddetto web, al grido che “io l’avevo detto che la stampa cartacea era finita, il futuro è su internet”.
Un patetico abbaglio, perchè i problemi dell’editoria di settore sono gli stessi per tutti e perchè l’assalto al web porterà presto alla stessa saturazione degli spazi registrata prima nella carta stampata.
Insomma, il cancello sta per chiudersi e sarà inutile girarsi a guardare indietro ciò che fu. Chi ha a lungo viaggiato avrà la consolazione di averlo potuto fare con un’ampiezza e una libertà probabilmente inimmaginabili in futuro. Chi non ha viaggiato affatto potrà, secondo i casi, abbeverarsi dei ricordi altrui o liquidarli con un sorriso di accondiscendenza.
Comunque sia, adieu.