Chi mi conosce bene li ha definiti “criptocrimsoniani“. Sono i disegni compulsivi che faccio su appunti, tovaglioli, fogli di carta ascoltando la gente parlare. Significato, nessuno. Cultori, qualcuno. Psichiatri, forse.

La definizione più divertente l’ha data un caro amico che mi conosce da una vita e che ben ricorda i disegnini (un esempio qui) con i quali saturavo le agende parlando al telefono: criptocrimsoniani, li ha chiamati.
Ora, che i miei disegni potessero apparire criptici (anche se a pensarci bene, essendo gli stessi assolutamente privati, per non dire intimi, criptici per chi?) l’avevo a volte messo in conto.
Alla deriva crimsoniana non avevo invece mai pensato. Ma in effetti qualcosa ci potrebbe essere (nota per i non iniziati: si allude alla copertina di un LP che ha avuto un peso decisivo nella crescita spirituale mia, del mio amico e credo di parecchie altre persone e che potete vedere qui mentre la tengo in mano; trattasi del primo disco dei King Crimson, che Dio li benedica).
Comunque sia, questo tipo di disegni li faccio da sempre, compulsivamente.
Tanto compulsivamente da essere diventato il cane di Pavlov di me stesso: se non disegno, non riesco a concentrarmi su quello che il mio interlocutore sta dicendo. Interlocutore il quale, vedendomi intento a vergare ghirigori (tipo questi qui) sui fogli di carta che ho di fronte, giornali e segnaposto inclusi, giunge spesso alla paradossale conclusione che io stia facendo esattamente il contrario di quello che dichiaro, cioè ascoltarlo.
I miei disegni sono più o meno di due tipi, ma secondo l’istinto e lo stato d’animo possono confluire, contaminarsi, evolversi uno nell’altro.
Il primo tipo lo definirei antropomorfico: migliaia di fisionomie facciali dall’umano al grottesco, dal cubista al caricaturale. Profili, insomma. Dei quali quasi tutti voltati verso destra e spesso intersecati o sovrapposti, generati gli uni dagli altri. Tutti e sempre diversi tra loro, si capisce.
Il secondo tipo è invece di natura puramente astratta: forme, sfumature, linee, punti, sequenze, sagome, tratti, simboli, segni, griglie. Intrecci di figure del tutto incomprensibili a chi le osserva. E in fondo anche a me, che li traccio seguendo l’istinto del momento. Un istinto, però, che so essere guidato da una sua oscura tensione: la continuità, il bisogno naturale di congiungere i punti focali che l’occhio coglie, la prosecuzione da una linea all’altra, da una forma all’altra. Curve che si assecondano, angoli che accolgono, perimetri che si chiudono. Il tutto senza un’origine e una fine precisi. Disegni che possono svilupparsi secondo il tempo, l’umore, il foglio, la carta, la penna, le circostanze. Ma mai secondo un progetto definito o un’idea.
Per questo, le forme astratte (qui) e i profili sono sempre destinati a rimanere creazioni incompiute. E a restare lì per anni, tra le pagine di un libro, in un cassetto, in una catasta di appunti. Liquide, perfino. Cioè riprese in mano a caso dopo un tempo indefinibile e proseguite altrettanto a caso, riannodando un filo che non c’era e che nasce sul momento. Oppure gettate, abbandonate sui tavoli di un bar o sulla poltrona di un vagone ferroviario. Collezionati più o meno di nascosto da quei ristoratori che per il coperto usano tovaglioli di carta, da me puntualmente istoriati in attesa della pietanza. Da donne delle pulizie che dopo le riunioni riordinano i tavoli pieni di carte, compresi i miei disegni. Prova che alla riunione ho partecipato e che ho pure seguito con concentrazione ciò che si diceva.
Diffidare, quindi, di eventuali mie annotazioni intonse.
Mia moglie dice che dovrei mostrare i disegni a un gallerista o a un critico d’arte. Altri a uno psicanalista. Alcuni amici li raccolgono pazientemente dove capita e qualcuno, presumo per compiacermi, li incornicia pure.
Tutti però mi chiedono che cosa vogliano significare. E io rispondo sempre la stessa cosa: nulla. Nulla che io sappia. O che possa spiegare. Nè a parole, nè in altro modo. Semplicemente, sono. Vengono da soli. E crescono per gemmazione.
Dopo tanti anni ho cominciato comunque, pur con molta negligenza e dietro forti insistenze, lo ammetto, a metterli da parte.
Non sempre, a dire il vero.
Tanti ne dimentico, oppure li regalo al primo che me li chiede, li getto, li riuso. Li butto.
Adesso per esempio mi è venuto in mente di passarli allo scanner. Sia per renderli più facilmente visibili, sia per dar loro una sorta di archiviazione.
Mi chiedo però se ciò abbia un senso e se questo non li privi della loro principare ragione di esistere: l’attimo, l’estro e le turbe dell’autore.