.Sull’onda di una sconcertante polemica, in corso altrove, sull’abusatissimo ma sempre attuale argomento del cortocircuito giornalisti-informazione-impresa-blogger, ripesco un mio post (qui) sul tema pubblicato quattro anni fa, quasi tondi.
Tempo evidentemente trascorso invano.
Unica puntualizzazione: anche il blogging è una forma di autoimprenditoria e si suddivide in due sottogeneri. Quello di coloro che fanno utili godendo (e magari solo divertendosi) e/o ricavando benefici/beni materiali e quello di coloro che invece, come si dice, spiccano fattura o comunque percepiscono compensi in denaro. In nessuno dei due casi però si tratta di giornalisti, quindi non c’è concorrenza sleale dei primi verso i secondi, solo diverse deontologie (o meglio deontologia dei giornalisti da una parte e nessuna deontologia, peraltro non prevista, dall’altro). La vera concorrenza sleale è tra i giornalisti che scelgono (e quindi possono permettersi) di lavorare gratis o a prezzi simbolici e chi, invece, non potendo permetterselo, per vivere ha bisogno di ricevere dagli editori compensi veri. Ma siccome lavorare gratis o quasi non è lavoro, bensì hobby o volontariato, nel primo caso non si può parlare di professionalità, in quanto questa prevede (“attività pubblicistica regolarmente retribuita”: lo dice la legge, non io) anche la redditività dell’attività svolta. Verità solare per chi la professione la fa davvero, vaga invece e intrisa di molta teoria per chi campa d’altro, ma poi fa finta di fare il giornalista.