colpi d ascia

La vita, la professione e il mondo offrono quotidianamente ottimi motivi per arrabbiarsi. Qui una silloge di commenti sparsi: a base di vetro e sabbia, s’intende

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SEMPRE MEGLIO CHE FAR FINTA DI LAVORARE

Lo chiami sabato e dice che é sabato e bisogna sentirsi lunedì, anche se potrebbe benissimo parlare subito. Lo chiami lunedì e dice che è lunedì, ha tutti addosso e agenda nel caos, risentiamoci a metà settimana. Lo richiami mercoledì pomeriggio, nel mezzo preciso della settimana da lui indicata, e lui dice che ormai é mercoledì e bisogna andare alla prossima perché questa é già piena, sentiamoci sabato mattina così si fissa per il lunedì successivo.
Morale: o vuole perderti come cliente o lui non lavora, ma fa solo finta.

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L’ANTIMOBILITA’

La mobilita’ e’ considerata una delle nostre grandi conquiste. Ci si sposta facilmente per brevi e lunghe distanze in poco tempo, poca spesa, pochi rischi. Si fanno in un giorno km e cose che anche 50 anni fa parevano impensabili.
Una fortuna di cui anch’io ho abbondantemente e proficuamente approfittato.
Eppure piu’ vivo e piu’ mi accorgo che spostarsi lacera, divide, toglie continuita’, concentrazione, linearita’ alla vita e al lavoro.
Segno che probabilmente sto invecchiando o che, forse, si gira a vuoto molto piu’ spesso di quanto non si creda?
Temo che le risposte siano ambedue affermative.

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LEGGENDE DIGIMELOSANITARIE

Sala d’aspetto dell’Asl, un tipo bestemmiando sbraita al cellulare. Un’addetta gli spiega che disturba e che non si può usare il telefono. Una donnina dalla suoneria rumorosa rumorosamente risponde a una chiamata. Stessa scena.
Vicino, una taciturna pensionata scuote la testa in silenzio e aspetta.
Dopo un po’, pero’, comincia a dare segni di noia.
Allora prende il cell dalla borsa, dice all’addetta “Tranquilla, non telefono!”, da’ di gomito all’amica a fianco e via youtube fa partire a tutto volume il video di una romanza d’opera.
Melomane o melomaniaca?

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LA DOMENICA POMERIGGIO E’ DIVENTATA SABATO

Il passerotto non ha dato retta a Baglioni e se n’è andato via, ma poco lontano. Dal sabato pomeriggio di attesa e tedio si è appollaiato infatti, e in pianta stabile, sulla domenica.
Attesa (meno) e tedio (di più) sono però rimasti immutati.
Il calcio spezzatino regala quattro partite da preliminari di Coppa Italia. La Formula F(arsa) Uno dona noie indicibili nonostante le trovate più amerikane e sceme per ravvivare lo “spettacolo” (a me questa storia che lo sport debba essere spettacolo sta sulle palle, lo spettacolo è al circo).
Alle 18 (orario del cazzo anche di sabato, figuriamoci di domenica: ma perchè, forse per non disturbare il sonno automobilistico?) c’è guardie e ladri, al secolo Inter-Juventus. Chi siano i ladri si sa.
Fuori piove e l’autunno si annuncia, quindi niente scampagnate settembrine.
“…so sunday sat / on the the saturday sun / and wept for a day / gone by…” (Nick Drake).

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ELOGIO DELLA BANALITA’

Sara’ che sono di cattivo umore, sarà che è un periodo difficile, ma le molte banalità che stamattina mi sono state notificate via FB mi hanno fatto, tra una grana e l’altra, riflettere.
Superata la momentanea irritazione, ho cominciato a chiedermi in che consistesse la banalità di ciò che leggevo.
E mi sono dato una risposta che é, e forse a molti suonerà, essa stessa banale: la banalità non sta nelle cose in sé, ma nel modo.
Nel modo di concepirle o di esporle o di valutarle o di collocarle.
Una gita domenicale fuori porta, ad esempio, non é banale, lo diventa se non si coglie ciò che può dare.
Ma il problema vero é che, rileggendomi, mi trovo banalissimo!

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BERCI TRANVIARII

Sul pulmino pubblico senese a 12 posti (tutti occupati) dove mi trovo, una donnina riferisce a un’amica, con voce e audio altissimi, alcune sue vicende familiari piuttosto riservate. L’autoindiscrezione sui mezzi di trasporto non e’ certo una novita’ e raggiunge il culmine della maleducazione in treno.
Ma li’, almeno (e con i rischi connessi), si e’ quasi sempre tra estranei.
In una piccola citta’ invece, dove tutti si conoscono o possono conoscersi per interposta persona, l’eventualita’ di far sapere agli altri, ammesso che gradiscano, i fatti propri e’ quasi una certezza.
E quindi l’autogol e’ piu’ grave.
Come mai la gente non lo capisce?

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STATISTI(CI)

Secondo la callida-ma-spiritata giornalista di SKY Alessia Tarquinio quelli che si occupano di statistica sono chiamati statisti.
Dessimo retta a questo teorema, Renzi sarebbe un insegnante di aritmetica all’asilo.
Sulla Tarquinio mi taccio.

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FACARD O FUCKHARD?

Ricevo l’irritante notifica che una certa funzione “Facards” (omen nome) mi ha inviato un bacio, con allegato cuoricino.
Un bacio? A me? Da tale Facard? Clicco e scopro che è la solita, insolente funzione che, ipsa dicit, “esamina il mio profilo FB per capire cosa è per me più interessante” o qualcosa di simile.
Fuckhard Facard!

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ANNUNCIO UFFICIALE

Oggi, giorno del suo teorico 70° compleanno, è il momento giusto per annunciarlo ufficialmente: ho sempre detestato Freddy Mercury in tutte le sue manifestazioni, vocalizzi compresi, e i Queen, di cui non ho mai sopportata la musichetta commerciale spacciata per arte ma, al massimo, buona per nostalgie generazionali Abba-style.
Ah, che liberazione.

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DONO VOLENTIERI AI TERREMOTATI, MA NON ALLO STATO.

Sarà un post politicamente scorrettissimo che mi costerà qualche “amicizia”, ma pazienza.
Il punto è il seguente: tutti invitano a donare pro terremotati somme che però non vanno direttamente ai terremotati, ma a enti benefici o a agenzie governative.
Siccome però – come in teoria è anche giusto – è lo stato a gestire i soccorsi e a coordinare pure l’attività di volontari e associazioni, va a finire che è lo stato medesimo a beneficiare, indirettamente, dei fondi che la gente dona per il terremoto.
E questo non mi piace per niente.
Quello stesso stato che ogni giorno ci rapina con tasse e balzelli di cui fa un uso pessimo ma poi, quando c’è bisogno davvero, chiede nuovamente a noi, con la scusa dei “soccorsi”, di frugarci in tasca e di dare ai terremotati, mentre in realtà, così facendo, finanziamo lo stato.
Chiariamo: dare un aiuto materiale e diretto ai terremotati è una cosa nobilissima. Bello che il cittadino aiuti direttamente un altro cittadino. In ogni modo: con soldi, mobili, medicinali, beni di necessità. Ma direttamente, appunto, con consegna da persona a persona. Questa è la solidarietà reale. L’aiuto vero.
Il fatto invece che lo stato chieda a me i soldi per comprare i prefabbricati che spetterebbe a lui stato procurarsi e procurare e che poi sia lui stesso a darli, al netto di sprechi e ruberie probabilmente pure elevati, ai bisognosi, fa parecchio girare le scatole.
Spero di essermi spiegato.