colpi d ascia

La vita, la professione e il mondo offrono quotidianamente ottimi motivi per arrabbiarsi. Qui una silloge di commenti sparsi: a base di vetro e sabbia, s’intende

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E PUNTUALE, ECCO LA SVOLTA!


Meno male che la rubrica dei “consigli” c’è.
Dando prova di insuperato civismo, il Corriere ci ricorda che, in caso di neve o fondo ghiacciato, occorre assolutamente ridurre la velocità.
Mi sento sollevato.
Ah, i bei suggerimenti di una volta…

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COPIAINCOLLATO STAMPA

Insomma succede questo: ti viene un’idea per un reportage, ci pensi, studi la cosa, raccogli idee e elementi. Infine, prima di mettere nero su bianco, provi ad approfondire e a verificare.
Segue un ovvio giro di fonti e di telefonate, tra le quali quella all’addetto stampa di un certo ente a cui spieghi il progetto, chiedi conferme nonché del materiale che ti serve per mettere a punto il tutto.
Passa qualche giorno, il materiale non ti arriva, ma in compenso ti arriva il comunicato di quell’ente, vergato dal tuo amico si capisce, che propone ai media tutti proprio l’idea a cui stai lavorando.
Poi dicono che i giornalisti fanno copiaincolla delle veline degli uffici stampa.

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RADICALISMO MUSICALE


Al netto di buonismo, relativismo, revisionismo e altro criptismi, la qualità della musica, intesa come secca espressione artistica, non conosce compromessi: o c’è o non c’è.
Mi costa dirlo, perché come tutti i mestieranti del settore so bene che i piani espressivi e critici, i punti di osservazione, i distinguo possono essere tanti. E so anche che una certa intrinseca, cinica, strafottente, ostentata canaglieria è parte integrante, perfino costitutiva del rock and roll.
Bene: detto questo, però, o si sta di qua o di là.
Magari non in pubblico o nell’arena dei dibattiti, ma nell’intimo del proprio stereo o della propria cuffia, sì.

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LE GERARCHIE AMICALI


D’accordo, quella su FB è quasi sempre un’amicizia finta, o più spesso una conoscenza verniciata con la parola amicizia o anche, sovente, un tentativo di approccio interessato di un estraneo verso un altro.
Nulla di male: si sa come funziona e ci si regola.
Poi però ci sono le contaminazioni.
Un vecchio compagno delle elementari ridiventato amico su FB in quale categoria si colloca?
Il tizio con cui cordialmente si cazzeggia sui social ma che poi per strada non ti saluta è più o meno amico di chi ti saluta cordialmente per strada ma senza motivo ti rifiuta l’amicizia su FB?
Come catalogare infine un vecchio compagno di giochi, più volte reincontrato nella vita e infine pure su FB, mai uno screzio e anzi qualche punto in comune professionale e intellettuale, al quale ripetutamente e in privato chiedi un’informazione (nulla più che un’informazione) e questo neppure ti risponde?
Mettete una crocetta accanto alla risposta giusta (ammesse risposte multiple):

  1. è un cretino
  2. è uno stronzo
  3. è un distratto
  4. è un trombone
  5. è un ghiozzo
  6. è un coglione
  7. è un …
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QUANDO IL SUBACQUEO VESTITO DI PIOMBO?

Lì per lì pensavo fosse Lercio: “Muore assiderata l’alpinista taiwanese famosa per scalare le vette in bikini”. Non c’era da dubitarne, m’è venuto da osservare. Poi leggo: è caduta in un crepaccio e ha lanciato l’allarme col telefonino, ma è morta prima dell’arrivo dei soccorsi. Lo credo bene.
Domanda numero uno, però: quale insana smania di esibizionismo può spingere una ragazza a scalare le montagne in bikini?
Domanda numero due, soprattutto: se era in bikini, il cellulare dove lo teneva?
Ora aspetto di leggere la notizia del subacqueo morto affogato dopo aver indossato una muta di piombo.

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NEANCHE LA NEVE IMMAGINARIA FA RUMORE

Psicologicamente parlando, il terreno era stato preparato bene, con l’incubo della “tempesta artica” in arrivo che aleggiava da giorni sui media.
Poi, domenica, cominciano a diramarsi gli “allerta arancione”, un po’ come i fallacci da dietro nel gioco del pallone: messaggi per far capire che, più che giallo intenso, è quasi rosso.
Ieri, infine, via libera all’allarme vero e proprio: prevista neve a ogni quota, scuola chiuse precauzionalmente e ridicoli “consigli” ai cittadini (uscite solo se necessario, coprite gli anziani, usate suole antiscivolo, andate piano alle curve, indossate camiciole di lana) elargiti da siti web e pubbliche amministrazioni.
Non ho notizia di casi di accaparramento, ma le disdette di appuntamenti, i viaggi rimandati, le occhiate preoccupate al buio fuori dalla finestra si sono sprecati. Copricapi siberiani sull’attaccapanni, bimbi pronti a pallate all’ultimo biancore.
Poi il “chilly tuesday”, cioè oggi, arriva davvero.
Forse sarò smentito, ma fuori dalla persiana è tutto normale: il cielo bigio di una comune giornata invernale perturbata, cinque gradi tranquilli di un gennaio qualunque di un anno qualunque, non un fiocco, non un ghiacciolo, non un alito di vento.
Di inusuale c’è solo una cosa: il silenzio plumbeo e l’immobilità diffusa, tipici di certi giorni festivi profondi, che gravano su un mondo che dovrebbe febbrilmente lavorare.
A dimostrazione che, come la neve vera, nemmeno quella immaginaria fa rumore.

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HO NOSTALGIA DELLA NOSTALGIA

La nostalgia è un sentimento intimo. O almeno riservato, da condividere tra i pochi che, caso per caso, sanno comprenderne il perché, la misura e lo spessore.
Insomma tutto il contrario dello spettacolo grossolano ai cui i social si e ci stanno assuefacendo. E che fa sembrare ricami di aristocratica finezza perfino certe trasmissioni tv venute fuori trent’anni fa con la tv commerciale, quando cantanti settuagenarie vestite di paillettes presero ad ancheggiare al ritmo di vecchi hit (ho fissa nella memoria, come un incubo, un’esibizione di Dino e di Wilma sul tema di “You can leave your hat on” trasformata per l’occasione in “Com’è bello lo strip”) per il pubblico dei pensionati.
Poi venne “I migliori anni”, quello su Rai1 di Conti, con l’aggravante di un successo, vero o simulato che fosse, di un pubblico anche giovanile.
Ma i social superano qualsiasi immaginazione.
Gruppi tipo “Noi, degli anni dieci, venti, trenta, quaranta, cinquanta, sessanta, settanta, ottanta e novanta”, con foto che vanno dal nonno alla guerra d’Africa all’amministratore mascherato da Peppa Pig, con colonna sonora melensa (spiccano Procol Harum e Guardiano del Faro) e sfilze di insopportabili luoghi comuni che oltretutto, visto l’arco temporale quasi secolare abbracciato dalla congrega, di comune, nel senso di condiviso dai membri, non hanno assolutamente nulla, come nulla in comune posso avere gli ex diciottenni del 1960 con quelli del 1980.
Nulla, a pensarci bene, tranne una cosa: nessuno di loro ebbe internet.
Appunto.

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IL SOGNO DELL’ELEZIONE GENERA MOSTRI


Salvini e Bonafede scherniti, quando va bene, per la mascherata in aeroporto all’arrivo di Battisti, con scia a seguire.
Difficile, sul piano del buon gusto, dissentire dalle critiche.
Più difficile dissentire su quello della propaganda: sia perché in materia Salvini mi pare tutt’altro che uno sprovveduto, sia perché la prassi imposta dalla campagna elettorale permanente a cui da anni assistiamo è ormai generalizzata e le differenze, con indignazioni a traino, spiccano solo in funzione della fazione di riferimento.
Siamo al punto, però, che perfino non pronunciarsi diviene il pretesto per essere accusati, dall’una o dall’altra parte, di intelligenza col nemico.
Eppure si tratta di prendere atto delle triste deriva e rendersene, o meno, fiancheggiatori.
Io non fiancheggio.

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I MESTIERI DEGLI ALTRI

Non so se capiti solo a me, ma non credo: non vi pare singolare che tutti vogliano insegnare a tutti a fare il proprio mestiere, senza soffermarsi nemmeno per un attimo sul fatto che, non facendoli, potrebbero non avere idea in cosa quei mestieri consistano e quindi parlare a vanvera?

Poi, naturalmente, se glielo fai notare si risentono.

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GLI ANABATTISTI (50 SFUMATURE DI ROSSO)

Come “il whisky mi ritorna su, diventa letterario” di “Un sabato italiano” di Sergio Caputo (ieri era domenica, ma pazienza), con la cattura di Battisti e la sua consegna, si spera definitiva, alla giustizia italiana, a sinistra cominciano i distinguo.
Distinguo sottilissimi, giocati sul filo della nostalgia, dei rigurgiti, degli anni formidabili, delle ammirazioni nascoste e camuffate da agnosticismo, del tifo segreto, della clemenza e del garantismo a senso unico, del soccorso rosso, del riflusso rifluito. Isterici forcaioli antisalvini, che quotidianamente sproloquiano su FB invocando per il ministro, i suoi elettori e i suoi simpatizzanti morti violente, piazzali Loreto, distributori di benzina compiacenti, teste in giù, chiavi inglesi del 36, manganelli, bastoni e altre amenità a loro ben note, di colpo diventano pacati agnelli che invocano sobrietà, equilibrio, moderazione, puntiglioso rispetto dei diritti e della dignità del perseguitato Cesarino.
Cinquanta, forse cinquantuno sfumature di rosso per chiarire insomma che sì, ci mancherebbe, tuttavia, cioè, io sì, io no, io però, ma loro, ma noi, ma il Pci, ma Morales, ma Bolsonaro, e infatti Lula, ma la Costituzione, ma i Pac, e gli autonomi, e le garanzie, e la pena di morte, e i diritti, e i doveri, e i compagni che sbagliano, e non è la stessa cosa, e allora Salvini eccetera.
Su Torregiani non una parola.
Non una parola neppure sulla rete di connivenze ideologiche e trasversali organizzazioni sotterranee che hanno consentito a un latitante con quattro (quattro) ergastoli di fare la star del noir e di irridere per decenni, dai suoi rifugi, le vittime, le sentenze, il nostro paese e, in definitiva, tutti noi, con l’aria odiosa e strafottente di chi è più furbo e ha appoggi migliori.
Onestamente oggi ho difficoltà a definire Battisti “di sinistra”, come in genere faccio fatica ad appioppare a chiunque etichette cromatiche irreversibili e, ancora di più, a giudicare i fatti dalla pregiudiziale o presunta appartenenza politica di chi li compie.
Detto questo, che Battisti sia stato un omicida per conto dei Proletari Armati per il Comunismo non ci piove.
Ora, che un governo in carica si faccia bello del fatto di aver riportato in patria un pluricondannato in fuga da quarant’anni, mi pare normale.
Credo pure che qualunque governo passato o futuro avrebbe fatto o farebbe lo stesso, a prescindere dai reali meriti.
Capisco anche, per gli avversari, lo smacco che il colpo sia riuscito (o sia capitato: la differenza è sottile e credo sarà impossibile individuare il confine) all’esecutivo corrente.
Capisco perfino l’umano istinto di perdonare di più a chi mi è meno antipatico di altri.
Però sarebbe più serio ammetterne il perchè e prendersene la responsabilità, invece di travisarsi dietro le sfumature.