colpi d ascia

La vita, la professione e il mondo offrono quotidianamente ottimi motivi per arrabbiarsi. Qui una silloge di commenti sparsi: a base di vetro e sabbia, s’intende

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CORTOCIRCUITO A SENSO UNICO

Grazie, grazie, grazie di offrirmi ogni giorno motivi per dileggiare questo ridicolo mondo virtuale di cui io stesso sono parte e quindi vittima di autodileggio: mi trovo a mia insaputa membro di un gruppo FB, ma quando provo a postare qualcosa mi si dice che la pubblicazione è sottoposta all’autorizzazione dell’amministratore. E’ veramente magnifico.

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OMINO FIN TROPPO CURIOSO

Stavolta la telecamera non c’entra, c’ero io di persona.
Il tizio parcheggia davanti a passo carrabile, scende, va a guardare il campanello.
Di là dal cancello, a una quarantina di metri, ci sono io che lo osservo.
Lo vedo, mi vede.
Poi si guarda attorno e si addentra tra le fresche frasche, lungo la recinzione, scomparendo alla mia vista.
Ma io so già che cerca un pertugio.
Peccato che, a casa mia, io gatto sia io e il topo lui. quindi per vie traverse aggiro gli ostacoli e mi presento a sorpresa proprio laddove poteva trovarsi l’anelato pertugio.
Anziché trovare il quale, l’omino trova me, con cipiglio non precisamente amichevole.
Mi guarda stupito, lo guardo irritato.
“Volevo dare un’occhiata”, dice.
Poi gira i tacchi e se ne va.

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POPOLARNAZIONALE


Un’Italia piuttosto grigia e confusionaria vince col minimo sindacale di 2-0 contro una Finlandia da serie cadetta, ma sulla Rai la siliconata Ferrari e i suoi inviati la raccontano come se fosse stata una strepitosa vittoria mondiale al Maracana’.
Boh…

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IL PARCHEGGIO DELLA COOP

Serie di Fibonacci a parte, uno dei massimi misteri dell’umanità è il motivo che, nel parcheggio della Coop del paesello, occhiometricamente dotata di almeno 50 posti auto nel raggio di 50 metri, induce aitanti consumatori a parcheggiare il doppia fila, o davanti al cancello riservato ai fornitori, o ridosso dell’uscita o sulle aiuole.
Al netto del fatto che spesso abitano a duecento metri da lì, si capisce.

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GLI AGENTI SEGRETI DELLE SPIE


Che social e addentellati vari siano delle astute spie, introdotte maliziosamente dal sistema globale nelle nostre vite per studiarle e condizionarle, è scoperta antica. L’aspetto grottesco della vicenda è che noi sembriamo ben lieti di essere spiati e che facciamo di tutto per assecondarli, ma il discorso è un altro.
La Spectre digitale ha infatti, ovviamente, anche meccanismi operativi molto più sofisticati.
Il primo è quello che, nell’allegra mistura di pubblico e privato circolante su internet, pure fuori dall’ambito commerciale e propagandistico consente a gendarmi, nemici, concorrenti e invidiosi di mettere il naso nelle nostre cose: in pratica è come se avessimo la guardia nascosta nel bagagliaio dell’auto mentre parcheggiamo in divieto di sosta,
Il secondo, più sottile, si cela invece nel meccanismo ipocrita dell’amicizia on line, non a caso parafrasato con l’espressione “linkare” o “linkato”, che naturalmente e appunto non vuol dire amico in senso proprio. Succede infatti che tra le richieste di contatto diramate attraverso i social network, e dalle quali siamo alluvionati, ce ne siano alcune, spesso neppure sotto pseudonimo, ma proprio con nome e cognome veri, aventi finalità ostili. Di persone, cioè, con le quali non avremmo proprio alcun interesse, o utilità, o convenienza, a condividere nulla ed anzi sarebbe opportuno ci tenessimo alla larga: dall’ex di vostra moglie all’inquilino moroso, dal torquemada del fisco al venditore molesto.
Eppure loro tentano continuamente di insinuarsi e noi, per distrazione o superficialità, talvolta ci caschiamo.
Per proseguire nella metafora, è come se dessimo un passaggio all’agente della Polstrada nel tratto in cui regolarmente superiamo il limite di velocità.
Di questi aspiranti intrusi, stamattina ne ho beccati un paio. Ma anzichè compiacermene, ho cominciato a pensare a quanti potrei averne fatti passare.
Urge filtro con pulizia etnico-digitale.

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PRESENZE

Oggi sono stato in un luogo diruto di frequentatori, abitanti, utenti del quale ho conosciuto almeno tre generazioni.
Sono cose che fanno pensare a quanto le cose rimangano a prescindere, e a volte a dispetto, di chi pro tempore le possiede, le frequenta, le utilizza.
Le cose sono le vere testimoni.
Vale di più un graffito sgrammaticato di uno sproloquio.
Su un mattone ho letto un nome e una data: 1796. Eppure di quel mattone e della casa che lo ingloba.ho mezzo secolo di ricordi, immagini, persone.
Ecco.

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L’EQUIVOCO DEL TRATTORE A PEDALI

Secondo voi che deve fare uno, tipo me per esempio, quando – mentre scorre sulla stampa i (poco informati) commenti altrui sui luoghi in cui vive e ove il commentatore viene forse solo per divertirsi in bici ogni tanto – legge che “…non è facile governare il mezzo, a fine inverno, sugli sterrati delle crete senesi normalmente percorsi solo da trattori”?
A parte far rilevare che Crete Senesi è un nome proprio e quindi si scrive maiuscolo, intendo.
Non so, dovrei per esempio far presente che la mia auto ha quattro posti e quattro ruote al posto dei vagheggiati cingoli? Che non traina rimorchi, aratri o frangizolle?
O forse dovrei sottolinerae che, “normalmente”, su quelle strade su cui “non è facile governare il mezzo”, passano invece ogni giorno centinaia di auto, cinquanta volte più numerose dei presunti trattori? E che i conducenti di dette auto, diretti al lavoro, o a scuola, o a fare la spesa, o a portare la spazzatura visto che qui non la ritirano, o a fare la scorta d’acqua visto che non c’è neppure l’acquedotto, diventano un po’ nervosi quando sentono sciocchezze sesquipedali tendenti a farli apparire come scimmiette a cui tirare le noccioline o poveri gonzi che vivono lontano dal mondo, o in una landa selvaggia che è in realtà selvaggia solo perchè si vuole che tale rimanga al fine di far divertire qualche gitante, con buona pace dei residenti e dei loro disagi?
Ecco, cosa dire ditemelo voi, sennò poi io trascendo.

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UN TRANQUILLO WEEKEND DI PAURA (stradale)

La tempesta perfetta? Una domenica da leoni? Spero di no, ma gli ingredienti ci sono tutti e infatti nelle teoricamente tranquille campagne circostanti casa mia oggi è un inferno di clacson, improperi, frenate, motori rombanti, nuvole di polvere.
Tempo splendido, clima mite, aria tersa.
Ma la stretta e tortuosa sterrata senz’acqua potabile né servizio di nettezza urbana, eppure ciononostante da anni gabellata dai soliti geni, alternativamente, come paradiso dei camminatori, capo nord dei ciclisti, non plus ultra dell’enduro e palestra dei controsterzi, oggi si accinge a pagare lo scotto della convergenza tra oblio e propaganda.
Di qua arrivano trafelati ciclisti, convinti di fare una cicloscalata “eroica”, di là, in piedi sulla moto, arrivano baldi e sgassanti centauri, con un occhio allo sterrato e un altro al panorama. Di sotto ecco giungere la fitta, ininterrotta serie dei rallysti impegnati a perlustrare, chi andando piano e chi stupidamente forte, il percorso che tra un paio di settimane sarà teatro di una pubblicizzatissima corsa, con accompagnatori al seguito che parcheggiano ovunque, come se i luoghi fossero res nullius. A loro si aggiungono i copiosi gitanti della domenica.
Tutti, ovviamente, presenti all’insaputa degli altri e comunque convinti di avere la precedenza.
Nel mezzo i poveri residenti e gli agricoltori, attaccati a clacson per avvertire gli svagati viandanti della loro presenza dietro curve e dossi.
Da un momento all’altro si potrebbero udire il clangore di uno scontro, gli improperi di un alterco e, speriamo di no, le sirene di ambulanze e carabinieri.
Di chi è la colpa?
Individualmente, di nessuno.
Ma non è una consolazione, è un’aggravante.