colpi d ascia

La vita, la professione e il mondo offrono quotidianamente ottimi motivi per arrabbiarsi. Qui una silloge di commenti sparsi: a base di vetro e sabbia, s’intende

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IL GIOVANE E LE ELEGIE

Una volta c’erano i muri e i diari scolastici. In qualche caso anche quelli personali, destinati a saltare fuori dagli scatoloni, tra sorrisi di nostalgia, quarant’anni dopo.
Era lì il luogo a cui e in cui erano destinati i pensieri dei passaggi generazionali dei bambini, poi adolescenti, poi ragazzi, poi giovani e infine quasi adulti. A sfogliarli ci si (ri)leggeva lo stupore di fronte al tempo che passa e ai sentimenti che mutano, ai cambi anche radicali di prospettiva e di modo di osservare che, passo dopo passo, accompagnano la fase cruciale della vita compresa tra i 10 e i 25 anni, le sfumature, gli smarrimenti, i primi e sbalorditi momenti in cui ci si accorge che, cosa mai accaduta in precedenza, c’è qualcosa per pensare alla quale occorre volgersi indietro anzichè guardare all’oggi o al domani.
Niente di nuovo sotto il sole, intendiamoci. E’ una storia che si ripete da sempre.
Quello che fa specie adesso, però, è che tutto ciò non appartiene più all’intimità delle pagine scarabocchiate tra una versione di latino e una formula algebrica e poi dimenticate nei cassetti, o alla cripticità un po’ volgare e un po’ fugace del graffito sul muro. Tutto o quasi è affidato invece a quella sorta di pubblico confessionale che sono i cosiddetti social. Facebook, in particolare. Il mezzo ideale per esprimere coram populo, ma nascosti dietro l’immaginario paravento del monitor, sentimenti che si ha urgente bisogno di dichiarare ma di cui un po’ pure ci si vergogna, in quanto spie della nostra vera o presunta debolezza.
Così stamattina accendo il computer e leggo l’elegia di un più-giovane-di-me-ma-non-più-giovane-nemmeno-lui amico. Uno di quelli che fino a un paio di anni fa mi dileggiava bonariamente perchè ero, o gli sembravo, o mi comportavo da “vecchio” perchè descrivevo le cose osservandole proprio dalla prospettiva dalla quale, oggi, per la prima volta le osserva lui.
Benvenuto nel mondo, ragazzo. E’ bello ritrovarsi e capirsi.

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LA MORTE NON E’ ABBASTANZA

Dedicato a tutti gli imbecilli che, annebbiati dalla fuffa luminosa e progressiva di una tecnologia spacciata per salvifica, oltre a sancire il proprio eterno servaggio nei confronti di aggeggi concepiti in California e costruiti in Cina per il controllo della popolazione planetaria, maneggiano quotidianamente nell’ombra per l’abolizione delle uniche cose sane rimaste vive in questo digitale e insano mondo: la manualità e la fisicità.
A parte il grottesco paradosso della riesumazione di una tecnologia, quella appunto dell’sms, che ormai da anni è stata forzatamente mandata in soffitta da quell’altra molesta diavoleria di whatsapp, gruppi mefitici inclusi, se hai bisogno di fare un bonifico, o controllare i movimenti del tuo conto, o verificare la carta di credito, non ci sono homebanking o chiavette che tengano: devi inserire un codice che ti arriva per messaggino.
L’aspetto ancora più paradossale è che non sempre gli sms funzionano perchè, come gli italiani ben sanno, con buona pace delle dichiarazioni truffaldine delle compagnie di gestione, il territorio nazionale è ben lungi dall’essere interamente coperto dai servizi ed esistono aree vastissime, a volte comuni o provincie interi, in cui il segnale di certi operatori è assente.
Risultato: no segnale, no sms e, quindi, no sms e no homebanking.
In pratica il gestore telefonico è diventato il padrone non solo dei miei soldi, ma perfino delle rapine statali – leggi tasse – che il cittadino subisce.
Da un’ora sto cercando di pagare il bollo. Ma per attivare il pagamento via carta di credito occorre inserire nel portale Aci un codice inviato via sms. E siccome le linee, quando vanno, vanno a pedali, l’sms arriva dopo decine di minuti, quando “la sessione è scaduta, per favore prova di nuovo”.
Ira funesta.
Sms: acronimo di Serve Morte Subito.
Di chi, fate voi.

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IN ALTO I GOMITI

A mio modesto modo di vedere, nel settore dell’informazione vinicola, così come in qualunque altro del giornalismo, la normalità sarebbe che i giornalisti sgomitassero – non è simpatico, ma almeno umanamente comprensibile – per far capire ai colleghi o ai capi, ai direttori dei giornali etc quanto sono bravi e competenti nella speranza, si presume, di ingaggi o avanzamenti di carriera.
Quando invece tutto il grande agitarsi è al cospetto dei produttori vinicoli, col fine di farsi notare o autoasseverarsi affidabili e compiacenti e garantirsi così, per il futuro, inviti e gratuità, bisogna cominciare a preoccuparsi.
A un giorno dalla fine delle anteprime dei vini toscani, mi proclamo dunque preoccupatissimo.
Così come lo sono i produttori intelligenti, che per fortuna non mancano.

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UNA VETRINA CHIAMATA LIBRERIA


Il mio treno parte alle 7.30 (e non, purtroppo, battistianamente alle 7.40, ma questo non è importante).
Ho una mezz’ora d’attesa.
In altri tempi avrei bofonchiato in un angolo o sfogliato un giornale comprato, ancora fresco di stampa, alla bancarella di un giornalaio imbacuccato.
Ma siamo nel 2019: la Feltrinelli è invece già aperta e mi ci infilo dentro.
Che idea e che business, penso tra me e me, aver trasformato i luoghi di attesa in luoghi ove l’attesa si inganna comprando, col conforto pure del bar. Altro che sale d’aspetto puzzolenti trasformate in bivacchi.
Mi aggiro tra corridoi e scaffali, osservo, sfoglio, leggiucchio. Trovo anche qualcosa di interessante.
All’improvviso ho però un sussulto, un attacco di angoscia, quasi un senso di colpa.
Ma che sto facendo, mi chiedo.
Metto un attimo a fuoco.
E in sequenza realizzo che:
1) non sto comprando nulla nonostante le favorevoli circostanze di tempo e di convenienza;
2) se non compro, è perché so comunque di poterlo fare dopo, altrove, o domani, e adesso portarmi appresso un libro o due mi impiccia;
3) non trascrivo sul primo foglietto trovato in tasca, come ho sempre fatto, il titolo del volume che mi interessa o l’idea che mi sovviene osservandolo, ma tiro fuori il cellulare e per pro memoria fotografo la copertina;
4) vedo il nuovo romanzo di Murakami a prezzo scontato e la prima cosa che mi viene in mente è se su Amazon l’ho pagato di meno o di più;
5 ed ultima): metto tutti questi pensieri insieme e ne desumo che l’idea geniale della libreria convertita in sala d’attesa (o viceversa) alla fine si concreta nel trasformare la libreria stessa in una banale vetrina di libri che la gente sfoglia senza comprare e che, probabilmente, comprerà on line o da un’altra parte.
Sono le 7.25 e io prendo il treno a mani vuote e il telefonino pieno foto di copertine. Tristezza. Smarrimento.

Ciuf ciuf

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PS PISOLO

Preso dalle considerazioni sull’argomento, nel post precedente ho scioccamente omesso di citare le straprincipali cause dell’estinzione del pisolino ferroviario: le suonerie moleste, le narrazioni intime e i berci zotici dei conversatori telefonici. La cui razza peggiore è quella che abbina l’uso sguaiato del cellulare allo sfilamento delle scarpe.
Del resto, a giudicare dagli argomenti, è gente che pensa e conseguentemente parla coi piedi.

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L’ABOLIZIONE DEL PISOLO

Non so se davvero esso fosse un segno di civiltà o, almeno, d’uso di mondo, come il praticante abituale Giulio Andreotti lasciava intendere, ma una cosa è certa: la civiltà contemporanea ha abolito il pisolino. Insomma l’abbiocco, il placido addormentamento frutto della combinazione tra noia, rilassamento e disponibilità di tempo.
Colpa della tecnologia: il cellulare ti rende comunque raggiungibile, la vita on line ti esige a spippolare in ogni dove e momento.
Perfino il luogo simbolo del pisolino, il treno, ha perduto la sua naturale funzione: con l’alta velocità tra sistemazione del bagaglio, scambi di posto, annunci, snack in arrivo, controllo biglietti e fermate intermedie, manca ormai il tempo materiale per addormentarsi un po’.
Ho calcolato che tra Firenze e Milano non sono più di 15 i minuti tranquilli tra un’interruzione e l’altra. Troppo pochi, se si considerano le indispensabili fasi di pre e post dormiveglia costituenti parte integrante dell’abbiocco.
E poi non fai in tempo a sederti che sei già arrivato.
Quindi, addio pisolo.
Ancora una volta, non c’è più religione.

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FATTURE MENO ELETTRONICHE DELLE ALTRE

Ma sì, continuiamo a farci del male. La tragicomica della fattura elettronica è del resto un veleno a rilascio lento, che ti uccide piano piano, con piccole dosi cirropatogene.
Ecco l’ultima: con buona pace di obblighi tassativi, modernizzazione, progresso e sol digitale dell’avvenir, il lunedì mattina 11 febbraio porta la scoperta che ci sono categorie (le chiamano “regime dei minimi”) esentate dall’obbligo.
Traduzione: tu, il tuo commercialista, mezza Italia smadonna per adeguarsi alla cervellotica novità e poi ti possono ancora piovere sul tavolino fatture cartacee e pure bollate. Le quali pertanto vanno prodotte, spedite, conservate in originale, proprio di carta. Nemmeno il pdf vale.
Scenderemo certamente nel gorgo, ma muti no di sicuro. Anzi, prima berceremo parecchio.

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AVEVO SOTTOVALUTATO SANREMO

Mah…! Anzi: Mahmood!
Lo ammetto, avevo sottovalutato il peso socioprobatorio del festival di Sanremo. E chiedo venia se stamattina, in un momento di leggerezza, ho dileggiato chi, sembrandomi appena appena politicamente strabico, estrapolava dai melici risultati, con abile maieutica e la solita lungimirante maestria di chi la sa lunga, perfino lunghissima, le gravide implicazione della vittoria dell’artista di madre sarda e di padre egiziano. Il quale, lo dico subito a scanso di equivoci è, con ogni evidenza, italianissimo.
Meno male che a farmi rinsavire è intervenuto però il sempre imparziale Corriere.
Dapprima tacendo, e solo dopo riportando, che il vincitore aveva preso appena il 14% dei voti popolari. Cioè, sia chiaro, della parte intelligente, pensante e sana, si capisce, di una nazione fatta purtroppo, per il restante 86%, di poveri imbecilli, fascisti, razzisti, sovranisti, leghisti, grillini e mentecatti da infoibare.
Poi rivelando a mezza bocca che il piatto della bilancia era stato fatto pendere da quella parte dalla giuria dei giornalisti, un’altra categoria notoriamente super partes quando si tratta di dare lezioni di conformismo e di politicamente corretto, soprattutto se in chiave politica.
Interviene quindi, con la notizia bomba, la “redazione spettacoli” del quotidiano milanese: “La vittoria di Mahmood divide (di nuovo) Salvini e Isoardi”, strilla. Booooom! Cazzo, che botta clamorosa, questi sì che sono i segnali espliciti dell’aria che tira nel paese, aprite gli occhi gente! Il tutto desunto dal banale (e legittimo) fatto che all’uno piaceva il terzo classificato e all’ex fidanzata il primo.
Implacabile, a chiudere tombalmente ogni questione, arriva però la chiosa di Aldo Cazzullo: “La vittoria del ragazzo italoegiziano dimostra che, se vengono governati, i processi migratori sono un plus per l’Italia, con il suo bassissimo tasso demografico”.
Ora, dico: Cazzullo è un collega equilibrato, prestigioso, capace e celebrato. Ma davvero pensa, tanto da dedicargli un commento, che la vittoria in un festival canterino, sancita oltretutto attraverso un discutibile sistema di giurie che tutto rispecchia tranne l’umore della gente della strada, “dimostri” qualcosa? E in particolare che lo dimostri riguardo a questioni bazzecolari come i processi migratori, le tensioni sociali, le prospettive nazionali?
Ma davvero davvero?
No perchè, certe cose, i dubbi che prima non avevi te li fanno venire.

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DA QUESTO TITOLO VOI CHE CAPITE?

“Ciclista in coma travolto da giovane ubriaca alla guida”.
Io che il ciclista, che era già in coma (quindi con ogni probabilità in ospedale, o al massimo per terra a seguito di un precedente incidente o malanno), è stato investito.
Ovviamente no, invece: stava benissimo ed è andato in coma dopo l’impatto.
Ma gli asini non solo non sanno fare i titoli, sbagliano proprio l’italiano. E mandano in coma la lingua.
Oppure sono in coma linguistico loro.

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IL FESTIVAL DEI FUORI (non è un refuso)

Dai correnti peana sociali apprendo che il festival di Sanremo è stato vinto da un tal Mahmood, o come si scrive, che nescio chi sia.
Dai toni da Grande Marcia che accompagnano tale vittoria usati dai consueti pasionarii seriali, i quali nemmeno per una kermesse di canzonette sanno liberarsi dell’ossessione ideologica che li attanaglia senza requie, intuisco che, almeno secondo loro, tale risultato avrebbe profondi significati e conseguenze politiche, quando non addirittura governative.
Non so più di cosa dolermi.
Un fiore (appunto) e una prece.