colpi d ascia

La vita, la professione e il mondo offrono quotidianamente ottimi motivi per arrabbiarsi. Qui una silloge di commenti sparsi: a base di vetro e sabbia, s’intende

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I PRIMI BAGNI, IL 24 MAGGIO (PdM/86)

Il mare mormorava calmo e placido al bagnaggio dei primi ignudi il 24 maggio.

L’esercito marciava per raggiunger la scogliera e usar la mascherin come barriera.

Spargoli al lido giaccion gli ombelloni,
Sennò alla guardia girano i c……i.

S’udiva intanto sopra il cavallone,
sommesso e lieve un ronzio di drone.

Era un presagio dolce e lusinghiero,
Giuseppi mormorò: non passa il vacanziero!
Zum zum!

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IL MISTERO DEL SOTTOVASO (PdM/85)

Accodandomi al corteo di tutti quelli che fanno finta che l’epidemia e il correlato pericolo siano passati e che quindi, archiviata la pratica, si possa tornare a pensare alle cose serie, tipo le vacanze e gli aperitivi, pongo una questione della massima urgenza.
Ero sempre stato convinto che i sottovasi servissero a non disperdere l’acqua con la quale, nella stagione calda, si annaffiano le piante contenute nei vasi medesimi, prolungandone l’effetto umidificatorio.
Mi viene anche detto però che, d’estate, nei ristagni proliferano le zanzare e che quindi bisogna fare somma attenzione che nei sottovasi non rimanga acqua.
Il pratica, quindi, salvo procedere a improbabili irrigazioni tre volte al giorno o mettere un irrigatore, sarei di fronte all’alternativa tra rinunciare alle piante o allevare nuvole di odiose zanzare.
Saggi suggerimenti in proposito attendonsi disperatamente.
Ho provato a chiedere a uno dei dodicimila della task force di Giuseppi ma mi ha detto che erano tutti impegnati a fare il menabò del prossimo modulo per l’autocertificazione e non potevano aiutarmi.

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CONDOGLIANZE (PdM/84)

Nella radiosa ricorrenza del 22 maggio, vorrei porgere le mie condoglianze più sentite e sincere a tutti coloro che mai conobbero e mi auguro mai conosceranno l’ebbrezza del Triplete, ma in compenso sono ancora lì a lucidare le loro Mitropa.

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FASE 2 O EURO 2 (PdM/83)?


L’unica differenza mi pare lo scellerato trionfalismo di allora rispetto alla depressa incertezza di oggi.
Per il resto, è tutto uguale: un bimestre e gli italiani hanno perduto, senza prospettive ragionevoli di un recupero in tempi sostenibili, una buona parte del loro reddito. L’Italia insomma esce a pezzi, soprattutto economicamente, dalla prima fase del Codiv-19.
Esattamente come quella fosca mattina di gennaio di quasi vent’anni fa in cui, ebbri d’euforia per l’ingresso nell’euro, scoprimmo che il nostro potere di acquisto si era in un sol colpo dimezzato.
Quattro lustri non sono bastati per riprenderci, anzi.
Figuriamoci ora.
Quasi quasi (molto quasi) era meglio Prodi.

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MEGLIO UN UOVO DOPODOMANI O UNA GALLINA L’ALTROIERI? (PdM/82)

Stando ai giornali, ieri 19 maggio 2020 Mattarella avrebbe firmato il famoso decreto di aprile. Ora si attende la pubblicazione sulla Gazzetta ufficiale.
Già così sembra una barzelletta, ma c’è di peggio.
Le oltre 323 pagine del documento, asciugato assai (si fa per dire) rispetto alle 1000 previste, non coprono infatti l’intero scibile del cosiddetto rilancio, ma per molti settori, e quindi per una concreta applicazione, rimandano a ulteriori decreti interministeriali, quelli che secondo la formula di rito sono frutto del “concerto” (zum zum…) con altri dicasteri. Il che in pratica significa ulteriori attese.
Siccome non c’è comico senza una spalla che gli porga le battute, in soccorso a Giuseppi viene quindi il fedelissimo Gualtieri. Il quale, intrepido, col consueto sprezzo del ridicolo dichiara: “Il bonus di 600 euro verrà erogato in 3 giorni”.
Scusi, signor interministro, tre giorni a partire da quando?

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UN FALLIMENTO RIUSCITO (PdM/81)

In attesa che il tempo ci dica se la grande stretta sanitaria è stata un salvagente, un’esercitazione in contumacia o l’antipasto di prossime sventure, sui giornali del 19 maggio va in stampa l’ottantesima versione del “decreto di aprile” made in Giuseppi Town, i registratori di cassa hanno ripreso a trillare e la gente è all’Ikea tutta contenta. Chi si accontenta, gode.
Meno contenti sono quelli che restano a casa perché hanno chiuso bottega o non lavorano in quanto il loro lavoro, semplicemente, non c’è più.
Tra questi, rientra chi vive in bilico tra le briciole dei 600€ erogati il mese scorso e le speranze degli 800€ promessi dal governo per maggio ma destinati, ben che vada, ad arrivare a giugno. Prendi due, paghi uno.
Nei confronti di costoro, bisogna ammettere che il progetto di fallimento è riuscito alla perfezione.

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NUOVA APERTURA, VECCHIE INVETTIVE (PdM/80)

In attesa di vedere gli effetti pratici, epidemiologici e economici della riapertura, si nota con sconforto che basta uno spiffero per alimentare subito anche le peggiori abitudini.
Mi adeguo all’istante e auguro fallimenti a catena nonchè dissenterie croniche a tutti quelli che pubblicitariamente stanno riesumando l’insopportabile espressione americanoide di “esperienza”: di degustazione, di assicurazione, di guida, di navigazione, di viaggio, di telefonata eccetera.
Unica esclusa, la menzionata esperienza evacuatoria.

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PANDEMIA FISCALE (PdM/79)

Forse infastidito dalla visibilità mediatica che le quotidiane sciocchezze e l’arroganza coi giornalisti garantiscono al Giuseppi nazionale, con una faccia di bronzo che nemmeno i cinesi guariti dal Covid-19 il simpaticissimo ma geloso John Elkann ha deciso di garantirsi una quantità di insulti pari al rivale e di chiedere per FCA un prestito garantito dallo stato di 6,3 mld.
Del resto i piazzali sono pieni, le vendite precipitano, le notizie prezzolate sulle auto “mezzo sicuro” antivirus non attecchiscono e la pubblicità della Panda “autosanificante” al modesto tasso del 10% nemmeno.
E poi, in fondo, non si dice che questa è una pandemia e che il virus dilaga ovunque?
Quindi perché una società americana, con sede legale in Olanda, sede fiscale in GB e sul punto di fondersi con la Psa francese non dovrebbe beneficiare dei soldi italiani come tutti gli altri?

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BENDATI A UN METRO DAL BARATRO (PdM/78)

E così, alla fine, come se si fosse trattato di una banale maratona sindacale sulla pausa-cappuccino, hanno stabilito che la distanza di sicurezza è un metro.
A mare settimane di dibattiti, bozze di decreti, di virologi in tv dedicati ai famosi due metri. Avevano scherzato.
Per me, intendiamoci, i metri di distanziamento sociale potevano essere anche 10 cm o 1 km, bastava che fossero una misura basata su un fondamento scientifico o almeno pratico.
Invece no, essa è solo il frutto di un accordo, di una mediazione in cui hanno prevalso le priorità economiche a breve periodo rispetto a quelle sanitarie a medio/lungo. Tira da una parte e dall’altra, finché le forze non si sono composte.
Tutto formalmente legittimo: sono scelte politiche di cui, almeno si spera, chi le ha prese si accollerà responsabilità e auspicabili meriti.
Peccato però che la salute pubblica non possa misurarsi e calibrarsi contrattualmente.
Ecco perchè il metodo, prima delle decisioni prese, è una sciocchezza colossale: grazie ad esso si introduce una limitazione comunque non facile da far rispettare, ma senza alcuna ragionevole certezza che essa sia anche (e sarebbe la cosa più importante) realmente efficace rispetto a quella fissata in precedenza. Ci si è solo “messi d’accordo” per accontentare i questuanti: un sistema economico in cerca di fatturati, i politici in cerca di consenso, il popolo in cerca di “libertà”, ma garantita da scelte altrui.
Pessimo segnale, insomma: vuol dire che la ragione del libera tutti ha prevalso sulle precauzioni, ma senza un criterio.
Voglio vedere che succederà se e quando, come temo, si dovrà fare una precipitosa marcia indietro. O quando magari, al contrario, si scoprirà che i tre mesi di lockdown erano inutili.
Perchè tutto, alla fine, è sempre una questione di metodo.

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CHIODO PIANTA CHIODO (PdM/78)

Ieri ho cavato parecchi chiodi da una vecchia trave.
Piantare un chiodo pare una cosa semplicissima: basta il martello, nel senso che la presenza del chiodo è implicita. Non costano niente e ce n’è di ogni foggia.
Poi però ho osservato quei chiodi. Fatti a mano, battuti uno per uno. Ognuno ha richiesto ferro, fuoco, mantice, fabbro, tempo e gestione del medesimo. Avevano un costo unitario enorme, che non ammetteva sprechi. Il chiodo storto si raddrizzava, quello caduto si raccoglieva, quello piantato si recuperava in giorni in cui fare economia, prima che una necessità, era una logica. Fabbricare chiodi era lento e costoso, non si poteva permettere che mancassero quando erano necessari. Lo stesso valeva per fiammiferi, riutilizzati dalle massaie finché non erano un moncherino, e per gli scaldini dei nonni, che passavano di generazione in generazione finchè non si sfondavano. Tirchieria, povertà, ceto sociale c’entravano fino a un certo punto: era una questione di attitudine mentale.
Questo mi piace del passato: la capacità di dare alle cose anche più semplici il loro valore intrinseco, il che significa anche non sprecare e non produrre scarti inutili.
A chi mi accusa di essere un nostalgico, nel senso di cantore di un vago “bel tempo che fu”, rispondo di osservare da vicino un vecchio chiodo, che è un esempio della lucida concretezza di quel passato. La capacità, senza infingimenti, di andare dritto al problema senza raccontarsi balle e chiamandolo col suo nome.
Lo definirei realismo